mercoledì 30 ottobre 2013

Caracas-Parigi-Napoli - 1.3 Tonnellate di cocaina

Riprendo il discorso e vorrei parlare nuovamente dell’ingente sequestro di cocaina avvenuto di recente all’interno dell’aeroporto di Parigi su ci eravamo soffermati con alcune riflessioni e domande inerenti non tanto l’essenza del fatto in sé stesso, che appare chiaro nelle sue linee generali, quanto piuttosto su alcune dinamiche di natura organizzativa e gestionale.
Un analista e blogger venezuelano, Francisco Toro, ci aiuta con le sue parole a mettere subito in luce un punto molto importante poiché ricorda che l’aeroporto di Maiquetia di Caracas è gestito per la sicurezza dalla Guardia Nazionale venezuelana e che un qualunque passeggero in transito, arrivo o partenza è sottoposto a controlli rigidissimi che non lasciano scampo finanche ad un chilo di caffè da gustarsi, quale souvenir  una volta tornati a casa. La Guardia Nazionale con una forza di circa 100.000 effettivi è l’organizzazione militare che in sostanza controlla la sicurezza della nazionale in tutti i suoi aspetti; l’organo politico deve necessariamente avere con questo apparato militare un rapporto saldo ed equilibrato basato su reciproci interessi che necessariamente non possono divergere. 
Le varie voci mediatiche venezuelane ma anche gli analisti d’area internazionali concordano nell’affermare che la movimentazione di un tale carico di cocaina non è cosa facile e che questo non sarebbe mai stato imbarcato se non con la complicità diretta della manovalanza aeroportuale ma soprattutto organizzativa di gerarchie militari con responsabilità di alto livello; ricordiamo si tratta di una operazione di 200 milioni di euro.
Il sistema escogitato per far viaggiare i carichi si è rivelato tutto sommato semplice: in partenza venivano trattenuti i bagagli dei passeggeri e sostituiti con altrettanti riempiti di cocaina che venivano prelevati all’aeroporto parigino dai referenti dell’organizzazione acquirente. Ovviamente, dal canto loro, i passeggeri una volta atterrati e resisi conto che il proprio bagaglio non li aveva seguiti presentavano reclamo. E’ questa ripetuta circostanza che sembra aver messo in allarme le autorità francesi anche se, in effetti, parrebbe più logico esserci alle spalle un’attività di polizia decisamente più articolata a livello di collaborazione tra diversi paesi europei.
Questa considerazione ci riporta a riflettere su chi fosse il destinatario del carico sequestrato. Anche in questo caso gli analisti di settore concordano individuato nella ‘ndrangheta l’acquirente del flusso di cocaina proveniente dal Venezuela come per altro già accaduto in passato a conferma di un rapporto fiduciario già consolidato nel tempo. In effetti quest’affermazione difficilmente può essere confutata dato il ruolo mondiale di brokeraggio acquisito dalla ‘ndrangheta. Tuttavia la circostanza che, come scoperto dalle forze italiane e francesi coinvolte nell’operazione di polizia, la città di destinazione finale del carico fosse Napoli potrebbe aprire ulteriori nuovi ed interessanti scenari circa i rapporti tra le organizzazioni mafiose italiane.
Dal punto di vista analitico inoltre  restano ancora da verificare e valutare le ripercussioni che la perdita del carico necessariamente comporteranno sia in Venezuela che in Italia, tanto per l’organizzazione che verosimilmente collabora all’esportazione con i militari quanto, e soprattutto per chi il carico lo aveva acquistato. Chi pagherà e soprattutto in che modo?


lunedì 28 ottobre 2013

1.3 TONNELLATE DI COCAINA

Secondo voi quale organizzazione criminale può pianificare e gestire l’importazione di 1.300 chili di cocaina? 

Per chi segue gli sviluppi della criminalità internazionale, la risposta è quasi ovvia, scontata, quasi banale: la ‘ndrangheta. E sembra proprio che anche in quest’occasione sia proprio la ‘ndrangheta uno degli attori coinvolti in questo negocio che è stato fatto andare all’aria dalle autorità francesi. Nei primi giorni del settembre scorso, infatti, in un areo dell’Air France, giunto all’aeroporto parigino Charles de Gaulle proveniente da quello di Caracas, capitale del Venezuela, le unità del servizio antidroga francese individuavano una trentina di valige contenenti il quantitativo record, per un unico sequestro, in Francia di 1.3 tonnellate di cocaina. Bene, dicevamo la ‘ndrangheta, ed in effetti i francesi hanno, insieme a tre cittadini britannici, fermato anche tre italiani e, da più fonti, uno dei tre sembra essere i controllore dello sdoganamento della merce per conto dell’associane criminale italiana. Poco male, fin qui tutto sembra essere abbastanza chiaro e rientrare in una cronaca ripetitiva di sequestri di droga se non fosse che per la eccezionale quantità. 

Ciò che dal punto di vista di chi scrive assume una diversa importanza attiene alla gestione del carico in partenza. Mi spiego: conseguentemente al sequestro francese, e sicuramente nell’ambito di una cooperazione internazionale di polizia, sono state arrestate una ventina di persone a vario titolo impiegate presso lo scalo venezuelano compreso il responsabile del desk Air France. Non è ancora questo particolare che attrae l’attenzione; la circostanza molto più interessante è che tra questi vi fossero alcuni militari. Ed allora la domanda: com’è possibile trasportare fino in aeroporto, far passare la dogana ed imbarcare una trentina di valige cariche di cocaina assume un valore analitico. La risposta la danno le stesse autorità venezuelane poiché riferiscono che il carico non è passato dai normali controlli di dogana ma da un’area franca cui i militari hanno accesso. Gli stessi, grazie allo status particolare di cui godono nel paese, sarebbero entrati in aeroporto e raggiunto sotto bordo la stiva dell’aeromobile hanno proceduto, con l’ausilio del personale civile corrotto e connivente alla sistemazione del carico.

Si badi sistemazione del carico tutt’altro che agevole poiché 1.300 chili da stipare nella stiva di un aeromobile devo essere sistemati con la massima cura. Ad ogni modo il coinvolgimento dei militari è chiaro in aeroporto ma ancora viene da chiedersi come questi avessero la disponibilità di un simile carico dal valore di circa 200 milioni di euro. Molto difficile anche per una mente ingenua pensare che i militari incaricati del trasporto siano i reali proprietari dello stupefacente. Più probabile, viste le necessarie coperture per organizzare e gestire un simile affare che a essere coinvolti ci siano anche personaggi di rango superiore. Analisti di settore lo danno per scontato ed è difficile non concordare.  Questo per noi è il punto essenziale ovvero: quale valore assegnare al fatto che appartenenti all’esercito, che ricordiamo ha giocato un ruolo decisivo nella transizione del dopo Chávez sostenendo la presidenza Maduro, traffichino tonnellate di cocaina con la ‘ndrangheta. Sì perché questa circostanza ci riporta all’aspetto geopolitico che la criminalità organizzata ha assunto poiché viene da chiedersi: a che livello l’esercito venezuelano è corrotto, visto l’enorme quantitativo di cocaina in questa sola occasione sequestrata, e quanto questo sia stato infiltrato dalle organizzazioni criminali che gestiscono in America meridionale i traffici di droga e infine chi pagherà per la perdita di questo carico? Tutte domande cui gli eventi futuri daranno probabilmente risposte; vedremo.

lunedì 21 ottobre 2013

Criminal Hubs: la Fergana Valley




Ci sono aree, luoghi del pianeta che hanno il proprio destino scolpito nelle rocce delle proprie montagne, dei fiumi e delle riviere.

La valle di Fergana, cuore asiatico del mondo orientale, per noi occidentali da sempre sogno esotico, è una di queste. Incastonata tra la sponda asiatica del mar Caspio e la propaggine nord occidentale della Cina è divisa politicamente tra gli stati del Tajikistan, Kirghistan ed Uzbekistan, le c.d. stan countries. E’ una valle fertile grazie alla presenza dei fiumi Syr Darya ed Amu Darya e da sempre per questa sua peculiarità è stata l’area più popolata per densità dell’intera Asia. In epoca sovietica, e sotto quella dominazione, la specificità etnica, antropologica e culturale di questi popoli ha subito la violenza della divisione in realtà politiche create dal potere stalinista al fine di controllare dando vita agli attuali tre stati che a quella esperienza sono comunque sopravvissuti.
Questa regione é d’interesse per molteplici attori internazionali: Cina, Russia e U.S.A, ma anche Iran, Pakistan ed India; tutti giocano un proprio ruolo a fasi alterne ed in relazione alle contingenti altre priorità, ma tutti hanno qui le proprie antenne e seguono le vicende della valle.
E le vicende di questa valle, anche e soprattutto quelle politiche, sono legate direttamente al traffico dell’eroina afghana. Ci interessa quest’area perché anche qui come altrove, la criminalità organizzata di rango, quella che per noi risponde al modello mafioso, ha assunto un ruolo decisivo nell’influenzare le politiche governative di Tajikistan, Kirghistan ed Uzbekistan .
Da queste parti è interesse di tutti mantenere la situazione politica quanto più instabile al fine di poter meglio svolgere i propri interessi geopolitici per le grandi potenze, locali per le élites  al potere e privati per tutti gli altri.
Un attore tuttavia emerge sugli altri ed è senz’altro l’Uzbekistan, fermo restando che il suo livello di corruzione interna, la mancanza di rappresentatività delle istituzione e la trasparenza amministrativa sono pari a quelle dei Paesi vicini.

A beneficiare di questo stato di cose sono tutti coloro i quali senza scrupoli di sorta riescono a ritagliarsi un ruolo nella partecipazione alle attività illecite connesse alla principale voce economica della valle: il traffico di eroina che parte dal paese di produzione, l'Afghanistan, per raggiungere i mercati mondiali. Sfruttando la sempre valida via della seta l’eroina, oggi già raffinata, transita da questa valle attraverso il Tajikistan e quindi l’Uzbekistan, per raggiungere i mercati occidentali e russo, arricchendo tutti coloro che riescono ad avere un ruolo in questo traffico.
E qui veramente diviene difficile differenziare i soggetti coinvolti in questo traffico in base ad una qualsiasi categoria di appartenenza di classe tanto è diffuso il coinvolgimento in questa attività. Coinvolgimento che passa, anche dalla partecipazione al trasporto di eroina ma, soprattutto, in tutte le attività di contorno necessarie al funzionamento dell’intera filiera del transito.  

Non è intendimento in questa sede addentrarci nella descrizione, che pure avrebbe un suo interesse, di come avvenga il trasporto su camion dell’eroina alla luce del sole senza alcun problema lungo la strada che collega Khorog sul confine tagico-afgano, alla città di Osh nel Kirghistan, oppure ancora attraverso il nuovo collegamento viario dal confine tagico-ghirghiso verso la provincia tagica do Garm. Quello che qui ci interessa è portare l’attenzione su un ennesimo hub criminale, forse meno noto ai più, in cui ancora una volta ritroviamo quelle caratteristiche già evidenziate per casi simili: presenza di governi deboli, vie di comunicazione controllate dalla criminalità organizzata, una società civile forzata dalle circostanze politiche ed economiche ad essere connivente con queste attività illegali ed infine attori internazionali propensi a chiudere un occhio su quanto di criminale avviene pur di mantenere una posizione favorevole ai propri interessi.

   

mercoledì 16 ottobre 2013

Il DRONE: l’arma bellica che condizionerà le nostre vite in un futuro oramai prossimo.

Prima parte

Pensate stia esagerando? La definireste un’iperbole? Una provocazione forse? Nulla di tutto questo, è la semplice realtà. Il termine drone deriva dall'inglese drone che significa fuco ed è senz'altro onomatopeico, fonosimbolico per indicare un qualcosa che produce un ronzio, un rumore di fondo.
Chiarito sommariamente questo aspetto quello che ovviamente di più ci attrae è il perché del sempre più massiccio impiego di quest’arma da guerra –perché di questo si parla- nei più disparati teatri strategici, siano essi zone di guerra o aree tribali sensibili come il Waziristan  in Pakistan che ospita terroristi islamici e non. Riportato sommariamente che la storia dei droni non è cosa di questi anni ma viene da lontano ed ha circa un secolo alle spalle, possiamo individuare due fasi principali nel loro impiego bellico più recente: quella segnata dalla politica estera dell’amministrazione repubblicana della dinastia Bush e, successivamente, quella democratica del presidente Obama. La definitiva svolta in favore del loro impiego su scala si ha con l'utilizzo militare dei droni durante le operazioni belliche in Iraq nel 2005 con circa 150 voli di veivoli aerei non pilotati. Da quel momento in avanti i droni faranno parte integrante del sistema militare americano fino a diventarne un elemento fondamentale guarda caso proprio con l’amministrazione del democratico e premio Nobel per la pace Barak Obama. E sì, il simpatico ed accattivante presidente schierato pubblicamente contro la guerra, da intendersi ovviamente come politica militare dei suoi predecessori, non potendo per forza di cose eliminare la guerra in sé ha pensato bene di cambiarne il volto. Proprio così questo ha fatto Barak Obama: ha cambiato il modo in cui gli americani pensano e penseranno la guerra in futuro. E lo ha potuto fare proprio grazie ai droni. Spieghiamo: dopo l’11 settembre sappiamo tutti come l’America si sia risvegliata da quindici anni di delirio di onnipotenza derivati dalla convinzione di aver battuto il nemico sovietico. Cosa imparano da questa catastrofe epocale gli analisti americani del Pentagono, ma anche il semplice e rozzo texano: possiamo essere colpiti in casa in ogni momento senza sapere da chi. Perché se è vero che il nemico mitizzato era Osama Bin Laden quello che faceva paura era l’idea di cui Bin Laden era portavoce ossia l’antiamericanismo del fondamentalismo islamico. Ma allora come combattere un nemico che non ha più un’identità precisa? Semplice: portiamo la guerra in tutti quei luoghi dove questo nemico può avere quartiere; e così si giustificano con la famosa azione preventiva tutte le guerre repubblicane: anni, migliaia di morti, anche americani, popolazione civile spesso prostrata, situazione internazionale in fibrillazione.
Poi arrivano i droni ed Obama. Il drone spersonalizza, è una protesi dell’essere umano, senza essere umano (se non per coloro che gestiscono i comandi a migliaia di chilometri) è un’arma perfetta che ha in sé molti pregi, osserva, colpisce, è precisa, è tutto sommato economica e non comporta perdite umane con buona pace dell’opinione pubblica interna che non tollera più i due soldati americani in media caduti all’estero ogni giorno. Allora Obama che fa? Annuncia il ritiro delle truppe schierate in Afghanistan ed Iraq ed ordina la produzione di massa dei droni cambiando le regole d’ingaggio che fissa in un modello comportamentale chiamato Disposition Matrix
Questo modello essenzialmente prevede una linea decisionale che ha al suo vertice nel presidente, ultimo decisore ed una serie di uffici (oggi in America é molto sentito il dibattito sul se e come diminuire l’influenza della CIA a favore dei militari del Pentagono) che predispongono una Kill List indicando i vari obbiettivi da colpire. Tutto abbastanza semplice come nello stile anglossassone: ti faccio un bel modello e tu lo segui, in questo modo si ottiene la normalizzazione della guerra. Tuttavia ancora una cosa va precisata i primi obbiettivi della kill list erano persone di prima fila delle organizzazioni terroristiche ora con i Signature Strike, ossia obiettivi che potenzialmente posso essere pericolosi per gli interessi strategici americani, il livello di certezza si è abbassato. Fermo restando che sarebbero comunque da considerare quali sono poi i criteri definire  pericoloso un obbiettivo.
Comunque, ricapitolando, gli americani hanno cambiato la guerra del futuro: non più campi di battaglia definiti ma aree d’interesse in cui sistemare basi protette, con il consenso degli stati ospitanti, chiuse in se stesse senza contatti con i civili locali, pronte a qualsiasi emergenza da cui gestire (grazie a poche truppe scelte) i droni da impiegare ove ritenuto necessario. E cosi dopo la Cina anche gli Stati Uniti stanno mettendo in atto la propria politica della c.d. Collana delle perle. I cinesi ricercano il controllo dei porti in altri paesi al fine di proteggere i propri commerci mentre gli americani costruiscono basi militari dove è possibile quali avamposti per il controllo dei propri interessi strategici.
I droni come accennato, ma come meglio racconteremo nel prossimo post dedicato al tema, hanno già iniziato a modificare i comportamenti umani partendo dai risvolti bellici, come spesso accade nei passaggi epocali della storia.

mercoledì 9 ottobre 2013

Los Urabeños, la Federazione di Sinaloa e 120 tonnellate di cocaina cloridrato sequestrate in Ecuador.


Caribbean HUB
aggiornamento



Abbiamo avviato il monitoraggio di un'area geografica che grosso modo comprende gran parte dei paesi centro-americani, Belize, Guatemala, Honduras, Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama, per cogliere le cause profonde, i motivi, le circostanze, i casi fortuiti ed i fatti che determinano l'evoluzione di questo nuovo hub criminale. Questa regione rappresenta la nuova frontiera per le organizzazioni criminali che gestiscono la produzione della cocaina in Perù, Bolivia e Colombia e per quelle messicane che ne gestiscono lo smercio internazionale.
Questa è un'area geografica in cui la criminalità organizzata è sempre esistita, ma oggi sta via via assumendo una diversa e ben precisa fisionomia criminale in ragione anche del potenziale sviluppo economico connesso agli interessi di alcune potenze mondiali interessate ai traffici marittimi nell'area caraibica e più in generale nell'Atlantico e nel Pacifico.            
Nell'ambito di questa attività di monitoraggio ed analisi, è di queste ore la notizia di un ennesimo maxi sequestro, in due circostanze simultanee, di circa 4 tonnellate di cocaina cloridrato in Ecuador, nell'importante città portuale di Guayaquil e nella provincia di Santa Elena. Questo ingente quantitativo si aggiunge alle altre circa 38 tonnellate di stupefacente sequestrato nel paese dall'inizio dell'anno in corso. La circostanza ci induce ovviamente a considerare quanto ingente sia il quantitativo di cocaina che passa quotidianamente attraverso questo piccolo paese. Per altro, e questo è un dato di ovvia importanza, la rete criminale che gestiva questo flusso di cocaina era composta da ecuadoriani, colombiani, messicani ed un cittadino olandese ed era, per quanto rivelato dalle autorità di polizia, di proprietà dell'organizzazione di narcotrafficanti colombiana denominata Urabà accreditata, da un recente studio, della gestione di circa 92 tonnellate annue di cocaina cloridrato. Quest'ultima, sempre da fonti di polizia, viene considerata la referente colombiana dell'organizzazione criminale messicana  nota come Federazione di Sinaloa a cui il carico sequestrato sarebbe dovuto essere ceduto.             
Ora certo alcuni pagheranno con la vita per questo sequestro, essendo responsabili del carico e quindi dovendo ripianare le perdite subite da entrambe le organizzazioni, ma questo rientra nella normalità dei rischi di chi sceglie il coinvolgimento in questo genere di negocio.

Sotto il profilo analitico, invece, si deve rilevare la crescente importanza della regione centro americana nel transito della cocaina che, come dimostrato dalla composizione della rete criminale qui indagata, nella quale sono presenti cittadini di diversi paesi dell'area, è senz'altro da ritenersi il fulcro degli interessi di molteplici realtà criminali che qui, in futuro, continueranno a tentare di espandersi al fine di assicurarsi un canale affidabile di transito dai luoghi di produzione verso quelli di smercio della cocaina andina.





martedì 8 ottobre 2013

CARACTERÍSTICAS DE LAS CONCEPCIONES ACTUALES DE CONTRASTE AL CRIMEN ORGANIZADO


¿La hoz o el bisturí?



Hay algunas preguntas a las que recurrimos con frecuencia y que seguimos sin responder de manera satisfactoria y definitiva.

Entre ellas, una que me empuja aún más en mi investigación, es sin duda: ¿es posible derrotar a la delincuencia organizada?
No la criminalidad cualquiera que está dentro de los parámetros fisiológicos de cada agrupación humana y que los criminólogos llaman formas de desviación, más bien la que e arrastra insidiosamente en los ganglios de las estructuras que deben organizar y administrar la sociedad civil. Me gustaría realmente entender si, cómo y por qué la estrategia, métodos, tácticas y herramientas, se puede contrastar las formas más persistentes y perniciosos de la delincuencia, las que afectan a la sociedad, no sólo como un fenómeno criminal tout court.
En parte, es evidente que él utilizo la palabra contrastar muestra un sentimiento pesimista que en sí mismo es una respuesta negativa implícita. Sin embargo empezando también desde esta posición ciertamente defensiva, se pueden desarrollar políticas y estrategias encaminadas al menos para contener y limitar los efectos negativos que el crimen organizado provoca, más hoy que en el pasado, en el mundo actual cada vez más dirigido por los poderes económicos que responden sólo a "ética de lucro.
Dicho esto, y reiterado que el crimen no puede de ninguna manera ser borrado de la faz de la tierra porque algunas formas son intrínsecos al ser humano, ahora nos acercamos al conocimiento de las dos teorías principales, hoy más y más a menudo discutido sobre cómo tratar con la delincuencia organizada en sus diversas dimensiones, nacional, internacional, transnacional y supranacional, como he definido la que viene a penetrar en un estado soberano hasta el punto de influir en sus decisiones en el campo de las relaciones internacionales con efectos geopolíticos.
Estoy seguro de que todos nosotros en nuestra vida hemos oído decir más o menos la siguiente frase: "¡Basta! ahora es tolerancia cero..."
Este enfoque en el ámbito de la lucha contra la delincuencia organizada detrás periódicamente, y sobre todo es muy querido por el mundo de la política porque suena bien, especialmente como eslógan electoral, sosteniendo capciosamente a entender la capacidad de poner en práctica lo que se dice.
False, la tolerancia cero se encontró a no ser factible en la realidad incluso en los contextos sociales más evolucionados y entonces con un sustrato de la sociedad civil adecuado.
Este enfoque consiste en:
Ø  l'exstencia d un contexto social compacto y desarrollado;
Ø  la capacidad del Estado de asignar recursos suficientes a esta política contra el crimen;
Ø la atención indiscriminada a todos los delitos y las organizaciones criminales que los cometen, que se refleja en afectar investigativamente a cualquier persona, independientemente de las opciones de investigación.
Mientras que las dos primeras son circunstancias sociológicas, el último párrafo se centra en el punto focal de una perspectiva criminológica, destacando el mismo límite: no es concebible la realización concreta de lo que se requiere en cualquier contexto en el escenario internacional.
Se podría dar docenas de ejemplos pero basta referirse para acelerar al contexto italiano: ¿alguien puede decir objetivamente que en Italia se ha aplicado una política criminal similar?
Obviamente no, y las razones son varias: la falta de recursos económicos, la inmensidad del problema, la falta de una tendencia clara que se refleja en la naturaleza de emergencia de la legislación, pero sin duda, la "tolerancia cero" funciona bien en la campaña electoral.
En los Estados Unidos la estrategia de tolerancia cero ha tenido un efecto positivo sólo en contextos limitados, tales como los barrios individuales de ciudades como Boston y Los Ángeles en los años 70 y 80 del siglo pasado, y en relación a los fenómenos criminales limitado que involucraban todo lo más pandillas locales que participan en actos criminales en áreas geográficas restringidas.
No hay otras experiencias positivas y que sobre todo han afectado las organizaciones delictivas de rango que son el objeto de nuestra especulación.
El carácter político de esta teoría encuentra un claro ejemplo en la fórmula acuñada por el ex presidente de México, Felipe Calderón, que en dos ocasiones tuvo que poner en marcha la llamada Mano Dura 1 y 2 para hacer frente a la guerra entre las organizaciones criminales que desde una decada atormenta la sociedad de este país. Desde 2006, cuando la primera Mano Dura fue promovido, hasta el día de hoy, los asesinatos y los delitos relacionados con las operaciones de los seis principales equipos delictivos mexicanos han aumentado de manera exponencial. Es fácil ver que esta política, con un Estado ausente en gran parte del país, sólo puede ser condenada al fracaso.
Como se deduce el punto débil de este enfoque es, sin duda, la asignación de recursos suficientes para sostener tal esfuerzo organizativo, investigativo, critico y, en última instancia, coactivo.
Otro punto crítico es que afectar todos significa dirigir los esfuerzos hacia figuras de segundo y tercer nivel con una pérdida de recursos negados por la posibilidad de reemplazar estos últimos con relativa facilidad y luego no tener un impacto en la eficiencia sustancial de la organización de pertenencia. Desde el punto de vista teórico, este enfoque se materializa en la teoría de la  Broken Window (Ventana Rota), que se desarrolló en el mundo académico norteamericano en los años 80; teoría que predice la necesidad de perseguir con la misma intensidad cualquier delito con el fin de informar a la sociedad de referencia la presencia y la eficiencia del Estado y, a las organizaciones criminales, la certeza de que van a ser procesados ​​por los delitos cometidos. En cambio, si esto no ocurre, habrá fenómenos de repetición y emulación debido al cálculo probabilístico de no ser identificado y luego perseguido. De hecho, muchos estudios han demostrado, sin embargo, que todos los criminales sabe que tiene que pasar algún tiempo en la cárcel, pero, obviamente, todavía tiene que valer la pena para convencerse a arriesgar.
El enfoque, muy caro a la política y a las estructuras operativas estadounidenses es lo que es definido Focused-deterrence strategies. La idea sobre que se basa este enfoque es que, llegando a la cumbre, toda la organización se debilita hasta el punto que golpes repetidos podrían determinar su derrota. Es el enfoque clásico que resulta en particular de la experiencia de la organización terrotistica Al-Qāʿida. Las fuerzas de inteligencia occidentales y estadounidenses en particular han enfrentado este desafío contra un peligro de tipo  terrorista saltando al ruedo de una guerra asimétrica, casando la teoría del Focused-deterrence y selective-tergeting y conseguiendo un resultado justo.
Sobre la base de esa experiencia, los malos resultados de los otros enfoques, no menos  el que de la tolerancia cero muchos se han sentido capaces de pedir prestado en el ámbito de la lucha contra el crimen organizado, el selecting-targeting approach no considerando o no considerando determinantes las diferencias absolutas entre combatir contra un enemigo de naturaleza ideológica y un enemigo motivado por simple codicia por el dinero fácil cómo es el criminal.
Una vez más, la experiencia italiana nos lleva a reflexionar sobre el ejemplo cercano a nosotros, la mafia siciliana, la Camorra o la 'Ndrangheta, puedo decir que no han sido derrotados hasta ahora a pesar de que ha elegido, con el tiempo, este tipo del enfoque de lucha contra la delincuencia.
Una vez más, la experiencia italiana nos lleva a reflexionar sobre el ejemplo cercano a nosotros, la mafia siciliana, la Camorra o la 'Ndrangheta, puedo decir que no han sido derrotados hasta ahora . Una vez más, la experiencia italiana nos lleva a reflexionar sobre el ejemplo cercano a nosotros, la mafia siciliana, la Camorra o la 'Ndrangheta, puedo decir que no han sido derrotados hasta ahora a pesar de que han elegido, con el tiempo, este tipo del enfoque de lucha contra la delincuencia. Mitificar el jefe de los jefes no es más que una operación de medios de comunicación y engañosa desde el punto de vista de la policía, con el fin de reclamar un trofeo que poco o ningún impacto incide en la carne de las respectivas organizaciones criminales. El rey es muerto, viva el Rey. Pero luego todo vuelve exactamente igual que antes. Pero luego todo vuelve exactamente igual que antes. ¿En México, una persona con un cierto grado de realismo puede realmente creer que la poderosa Federación de Sinaloa podría verse afectada por la posible detención de los famosos Joaquín Guzmán "El Chapo"? Banalidad absoluta, los millones de dólares en juego y el interés en y sustituir en definitiva alguien va a ser llamado a desempeñar el papel de jefe. Son clichés buenas para las masas que deben sentirse seguro, sin embargo.
Pero entonces, ¿qué hacer? En primer lugar tomar conciencia de los efectos que este tipo de crimen organizado transnacional y mafioso causa en la vida cotidiana de las personas en razón de la capacidad de penetrar en el nervio vital de los estados, obviamente, empezando por los más débiles para llegar, sin falsa modestia, a las democracias avanzada occidental.

Tradotto da Laura Moretti
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