lunedì 30 settembre 2013

CARATTERISTICHE DELLE ATTUALI CONCEZIONI DI CONTRASTO ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA





La falce o il bisturi?
 


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 Ci sono delle domande a cui facciamo spesso ricorso ed a cui continuiamo a non riuscire a rispondere in modo soddisfacente e definitivo.
 Tra queste una che mi spinge ancora oltre nelle mie ricerche é senz'altro questa: è possibile sconfiggere la criminalità organizzata? Non quella qualunque, che rientra nei parametri fisiologici di ogni aggregazione umana e che i criminologi definisco -forme di devianza-, quanto piuttosto quella che si insinua subdolamente nei gangli delle strutture deputate ad organizzare e gestire la convivenza civile. Io vorrei di fatto capire se, come e attraverso quale strategia, metodo, tattica e strumenti, sia possibile contrastare i fenomeni criminali più pervicaci e perniciosi, quelli che affliggono le società non solo in quanto fenomeno criminale tout court.
In parte appare chiaro che l'aver usato il verbo contrastare evidenzia un sentimento pessimista che di per se stesso é un'implicita risposta negativa. Tuttavia, anche partendo da questa posizione senz'altro difensiva, si possono sviluppare politiche e strategie tese quantomeno a contenere e limitare gli effetti nefasti che la criminalità organizzata determina ancor più oggi nel mondo contemporaneo, sempre più gestito -non che in passato non lo fosse ma di certo non lo era con tale intensità - dai poteri economici che, non essendo espressione dello Stato Nazionale ottocentesco, non rispondono se non all'etica del profitto.
Detto questo e ribadito che la criminalità non può in alcun modo essere cancellata dalla faccia della terra poiché alcune sue forme sono intrinseche all'essere umano, ci avviciniamo ora alla conoscenza delle due principali teorie, oggi sempre più spesso discusse, sul come affrontare la criminalità organizzata nella sue varie dimensioni, nazionale, internazionale, transnazionale e sovranazionale, come da me stesso definita quella che arriva a penetrare uno stato sovrano al punto di influenzarne le scelte anche in materia di relazioni internazionali con effetti geopolitici.
Sono certo che a tutti noi nel corso della nostra esistenza è capitato di sentire dire più o meno questa frase: “Basta! è ora di tolleranza zero contro...”
Ecco, questo approccio in tema di contrasto alla criminalità organizzata ritorna periodicamente ed è soprattutto molto caro al mondo della politica poiché suona bene come slogan soprattutto elettorale, tendendo capziosamente a sottintendere la capacità di mettere in pratica quanto declamato. Falso, la tolleranza zero  è risultata inapplicabile nella realtà persino nei contesti sociali più evoluti e quindi con un sostrato di società civile adeguato.
Questo approccio prevede:
Ø  l'esistenza di un contesto sociale coeso e sviluppato;
Ø  la capacità dello stato di destinare le risorse adeguate a questa politica anti-crimine;
Ø  l'indiscriminata attenzione verso tutte i reati e le organizzazioni criminali che li commettono, che si riflette nel colpire investigativamente chiunque, prescindendo da scelte investigative.
Mentre le prime due sono circostanze di natura sociologica, l'ultima alinea centra il punto focale in un ottica criminologica evidenziandone lo stesso limite: non è immaginabile la concreta realizzazione di quanto richiesto in nessun contesto nel panorama internazionale. Di esempi se ne potrebbero fare a decine ma basti rifarsi per speditezza al contesto italiano; qualcuno è obbiettivamente in grado di affermare che in Italia sia stata applicata una simile politica anticrimine? Ovviamente no ed i motivi sono molteplici: scarsezza di risorse economiche, vastità del problema, mancanza di un modello chiaro che si riflette nella natura emergenziale dei provvedimenti legislativi, ma sicuramente la "tolleranza zero" funziona bene in campagna elettorale.
Negli Stati Uniti d'America la strategia della Zero Tolerance ha avuto un certo effetto positivo esclusivamente in contesti limitati, ad esempio a singoli quartieri di città come Boston e Los Angeles negli anni '70 ed '80 del secolo scorso ed in relazione a fenomeni criminali limitati che coinvolgevano al più gangs locali implicate nella commissione di reati in ristretti ambiti territoriali. Non risultano altre esperienze positive e che soprattutto abbiamo interessato organizzazioni criminali di rango che sono l'oggetto della nostra speculazione.
La politicità di questa teoria trova un chiaro esempio nella formula coniata dall'amministrazione dell'ex presidente messicano Felipe Calderon che in due occasioni ebbe a lanciare la c.d. Mano Dura 1 e 2 per contrastare la guerra tra organizzazioni criminali che da oramai un decennio strazia la società di quel paese. Dal 2006, momento in cui la prima Mano Dura venne promossa, ad oggi gli omicidi ed i reati connessi all'operatività delle sei principali compagini criminali messicane sono aumentati esponenzialmente. Facile rilevare che questa politica con uno Stato assente in gran parte del territorio nazionale non poteva che essere destinata al fallimento.
Come appare chiaro il punto debole di questo approccio è senz'altro quello dell'allocazione delle adeguate risorse al sostenimento di un simile sforzo organizzativo, investigativo, giudicante ed infine coercitivo. Altro punto di criticità è che colpire tutti significa indirizzare gli sforzi nei confronti di figure di secondo e terzo piano con un dispendio di risorse vanificato dalla possibilità di sostituire quest'ultime con relativa facilità e quindi non incidendo di fatto sull'efficienza sostanziale dell'organizzazione di appartenenza. Dal punto di vista teoretico, questo approccio si sostanzia nella teoria della Broken Window, sviluppata negli Stati Uniti d'America che è stata sviluppata nel mondo accademico statunitense nei primi anni '80; teoria che prevede la necessità di perseguire con la medesima intensità qualunque crimine al fine di comunicare alla società di riferimento la presenza ed efficienza dello stato e alle organizzazioni delinquenziali, la certezza che saranno perseguite per il reati commessi. Laddove, invece, ciò non avvenga si innescheranno fenomeni di reiterazione ed emulazione dovuti al calcolo probabilistico di non essere individuati e quindi perseguiti. Infatti molteplici studi hanno dimostrato che ogni criminale mette comunque in conto il dover passare un certo lasso di tempo in prigione ma che, evidentemente, ne deve pur sempre valere la pena per determinarsi a  rischiare.
L'approccio molto caro alla politica ed alle strutture operative statunitensi è quello definito Focused-deterrence strategies   che si basa sulla scelta dell'obbiettivo, sia esso un individuo o un'organizzazione specifica, in un'area determinata oppure indipendentemente da essa. L'idea su cui si basa questo approccio è che, colpendo il vertice, l'intera organizzazione sarà indebolita al punto che ripetuti colpi potrebbero determinarne la sconfitta. E' l'approccio classico derivante in particolare, per rendere un esempio a tutti probabilmente noto, dall'esperienza maturata nei confronti dell'organizzazione terroristica al-Qāʿida. Le forze d'intelligence occidentali e statunitensi in particolare hanno affrontato questa sfida contro un pericolo di tipo terrorista scendo sul campo di una guerra asimmetrica sposando la teoria del Focused-deterrence e selective-tergeting ottenendo, pare, un discreto risultato.
Forti di questa esperienza, degli scarsi risultati degli altri approcci, non ultimo quello della tolleranza-zero, in molti hanno ritenuto di poter mutuare anche nel campo del contrasto alla criminalità organizzata il selecting-targeting approach non considerando, o considerando non determinanti le assolute differenze tra combattere un nemico di natura ideologica ed uno motivato dalla semplice avidità di denaro facile com'é quello criminale.
Ancora una volta, l'esperienza italiana ci porta a riflettere su un esempio a portata di mano; la mafia siciliana, la camorra o la 'ndrangheta, posso affermare non siano state sconfitte a tutt'oggi nonostante si sia scelto, nel tempo, questo tipo di approccio anti-crimine. Mitizzare il capo-dei-capi è solo una mera operazione mediatica e capziosa dal punto di vista delle forze di polizia, per vantare un trofeo che poco o nulla incide nelle carni delle rispettive organizzazioni criminali. Il Re è morto,  viva il Re. Ma poi tutto ritorna esattamente come prima. In Messico qualcuno con una certa dose di realismo può realmente credere che la potentissima Federazione di Sinaloa possa risentire più di tanto dell'eventuale arresto del famoso Joaquin Guzman "El Chapo"? Banalità assoluta, i milioni di dollari in gioco e gli interessi relativi sostituiranno in breve chiunque sarà chiamato ad esercitare il ruolo di capo. Si tratta di luoghi comuni buoni per le masse che devono essere comunque rassicurate.
Ma allora cosa fare? Prendere coscienza prima di tutto degli effetti che questo tipo di criminalità organizzata, transnazionale e mafiosa, determina nella vita quotidiana delle persone in ragione della capacità di penetrazione nei gangli vitali degli stati, partendo ovviamente dai più deboli per arrivare, senza falsi pudori, alle democrazie avanzate occidentali.