martedì 6 agosto 2013



POLEMICHE E XENOFOBIA
I flussi migratori: l'essenza dell'evoluzione umana
  

La recente polemica, tanto stupida quanto inutile, che ha coinvolto il ministro della Repubblica Italiana Kashetu Kyenge, detta Cécile, di origine africana mi induce ad una ennesima riflessione in tema di flussi migratori. Partendo dalla scontata consapevolezza che questi flussi originano giocoforza dalle aree depresse del pianeta e sono diretti verso i paesi abbienti va altrettanto chiaramente ribadito che questi ultimi hanno due esigenze a cui rispondere: la prima di natura economica in relazione alla richiesta di manodopera interna, la seconda pragmatica dovendo assecondare le spinte xenofobe interne. Questo stato di cose determina le scelte politiche di contenimento degli ingressi consegnando alla criminalità organizzata transnazionale il fiorentissimo mercato degli schiavi moderni che a differenza dei loro predecessori sono anche desiderosi di sottoporsi a questa gogna pur di affrancarsi dalle miserrime condizioni di origine.
Il fenomeno del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, spesso accompagnato da vere e proprie forme di riduzione in schiavitù delle vittime finalizzato al loro successivo sfruttamento lavorativo e sessuale, è uno dei fenomeni più esplicativi della natura transnazionale della criminalità organizzata, evidenziatosi a seguito della globalizzazione che ha consentito una maggior mobilità delle persone, delle merci e del denaro grazie allo sviluppo di sistemi economici sempre più interdipendenti, dei mezzi di trasporto, dei sistemi di comunicazione, dei commerci e di un mercato finanziario globale, ha alterato radicalmente la natura stessa della criminalità.
 L’accresciuta consapevolezza, nei Paesi in via di sviluppo o terzomondisti degli squilibri economici rispetto alla realtà occidentale, determinata dal miglioramento delle comunicazioni e dei collegamenti tra le varie parti del mondo, ha richiamato consistenti flussi migratori dalle aree maggiormente depresse del pianeta che hanno tratto vantaggio dalla maggiore mobilità di persone e merci connessa alle nuove esigenze commerciali. Questa situazione ha spesso rappresentato per gli Stati di destinazione un problema di integrazione dovuto alla paura antropologica delle popolazioni ospitanti esorcizzata con l’adozione di politiche di contenimento attraverso un’ancorché graduale integrazione.
Questo approccio ha offerto alle organizzazioni criminali nuove opportunità di guadagno illecito connesse alla possibilità di offrire ma soprattutto di garantire a questi nuovi migranti, forzati dall’istinto di sopravvivenza, il viaggio e l’ingresso verso le mete agognate.
E’ di tutta evidenza che l’azione di contrasto condotta in autonomia da ogni singolo Stato non possa incidere efficacemente sul fenomeno, potendo tutt’al più arginarne le conseguenze nei rispettivi territori e nei confronti dei soli immigrati o di soggetti delegati al compimento delle attività marginali dai sodalizi che ne organizzano il traffico.
Permettiamoci una digressione per meglio delineare quanto detto con l’esperienza pratica connessa ai traffici di migranti che interessano ancora oggi le nostre coste. In ogni occasione in cui le autorità sono intervenute si è proceduto tanto all’arresto degli scafisti che trasportavano i clandestini quanto contestualmente all’espulsione degli extracomunitari trasportati. Tutto questo finché le organizzazioni criminali coinvolte nel traffico per limitare le perdite dovute all’arresto dei suoi uomini hanno iniziato a far compiere il tragitto residuo nelle acque territoriali italiane a natanti privi di equipaggio, trasbordato su altre imbarcazioni ad alcune miglia dalle coste di approdo, allo scopo di garantire alle organizzazioni criminali la continua disponibilità di marinai da utilizzare nei traffici illeciti e contenere le perdite. Il crimine è rapido nel modificare le proprie strategie e tattiche ma come si capisce raramente rinuncia ad un business.
Questi sodalizi criminali a vocazione internazionale devono necessariamente poter fare affidamento su di struttura a carattere transnazionale, ossia operante o con effetti diretti in più Stati, articolata su organizzazioni minori meno strutturate oppure su cellule altamente specializzate a cui viene demandata la gestione di specifiche attività necessarie al funzionamento dell’intera filiera illecita. In particolare, si avvalgono di organizzazioni minori differenti a cui demandare il reclutamento e l’ingaggio delle vittime nei Paesi di provenienza, di altre per l’organizzazione dei viaggi di trasferimento dei clandestini e l’approntamento della struttura logistica nei Paesi di eventuale transito o destinazione. Una particolare importanza hanno infine le organizzazioni altamente specializzate a cui è affidata la predisposizione di documentazione falsificata prodromica alla regolarizzazione della posizione dello straniero al suo arrivo, e quelle incaricate del successivo sfruttamento delle vittime. La complessa struttura e la distribuzione territoriale delle singole componenti operanti in ogni Paese, preserva l’operatività complessiva delle organizzazioni criminali transnazionali dall’azione di contrasto delle differenti forze di Polizia favorendone, a fronte di limitati successi di quest’ultime, l’eventuale rapida ricostituzione ed il ripristino dell’efficienza complessiva del sodalizio transnazionale quand’anche colpito da indagini andate a buon fine.
Com’è chiaro la sicurezza interna degli Stati europei è significativamente influenzata da questi nuovi fenomeni criminali che, provenendo dall’esterno, sono stati percepiti come una nuova ulteriore minaccia; i Paesi occidentali, con miope opportunismo, non hanno trovato di meglio che attuare politiche di contenimento che hanno ulteriormente acuito il senso di incertezza delle rispettive popolazioni.
La comunità internazionale, nel prevalente timore che questi rivolgimenti globali potessero minacciare oltremodo la stabilità delle rispettive economie, a causa dell’accresciuta invasività criminale e del livello di corruzione generato dalle connesse attività illecite, ha convenuto di affrontare questa nuova minaccia per discutere del carattere transnazionale di questa nuova criminalità  che è stato condiviso a livello intergovernativo nell’ambito dei lavori della Convenzione Delle Nazioni Unite Contro Il Crimine Organizzato Transnazionale, del 15 novembre 2000, o Convenzione di Palermo, adottata con specifica risoluzione dell’Assemblea Generale dell’O.N.U ed entrata in vigore il 29 settembre 2003.
La Convenzione è completata dai protocolli per prevenire, eliminare e punire la tratta degli esseri umani, soprattutto donne e bambini, entrato in vigore il 28 gennaio 2004, dal  protocollo contro il traffico di migranti via terra, mare ed aria, entrato in vigore il 28 gennaio 2004, e dal protocollo contro la fabbricazione illecita ed il traffico di armi, applicabile dal 3 luglio 2005, che devono essere considerati un unicum con essa.
Nei casi di tratta e traffico compiuti da gruppi criminali organizzati di natura transnazionale, Protocolli e Convenzione formano pertanto un vero e proprio corpus giuridico sostanziale e procedurale, che prevede l’impegno degli Stati ad introdurre e migliorare efficaci strumenti specifici di cooperazione giudiziaria ed investigativa, così da non lasciare ai gruppi criminali spazi o isole di impunità ove possano rifugiarsi o investire i proventi derivanti dalle loro attività illecite.
Detto tutto questo, quanto più stupide, inutili, ma senz'altro strumentali a meschine beghe e calcoli politici, ci appaiono polemiche come quella richiamata ad introdurre questo tema quanto ci si rende conto che il tema stesso merita una ben  più elevata considerazione.
Le migrazioni degli esseri umani hanno determinato lo sviluppo dell'uomo stesso sul pianeta come l'antropologia insegna, si tratta di un fenomeno che non avrà, per nostra fortuna, mai termine, ed anzi, se questo accadrà, allora probabilmente l'essere umano avrà perso la propria ragion d'essere.