IL SOLE 24 ORE
29/12/2011
di Gianandrea Gaian
La minaccia iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz in caso di più dure sanzioni petrolifere della comunità internazionale ha provocato finora l'aumento del prezzo del greggio e qualche preallarme tra le forze militari statunitensi e dei Paesi arabi del Gulf Cooperation Council.
Il portavoce della V Flotta americana, di base a Manama (Bahrein), ha fatto sapere che il passaggio di merci e servizi attraverso lo stretto di Hormuz «è vitale per la prosperità globale» e quindi «ogni impedimento alla navigazione non sarà tollerato», ma dall'Iran il numero uno della marina, l'ammiraglio Habibollah Sayari, ha risposto sprezzante che chiudere al traffico internazionale di petroliere lo stretto di Hormuz sarebbe «più facile che bere un bicchier d'acqua ma per ora non abbiamo bisogno di farlo, dal momento che abbiamo il Golfo di Oman sotto controllo, e possiamo controllare il transito».
I raid aerei e navali alleati spazzerebbero però via in breve tempo l'obsoleta flotta di Ahmadinejad e buona parte delle infrastrutture e mezzi schierati lungo la fascia costiera. Si tratterebbe non un blitz "mordi e fuggi" come i ventilati raid contro i siti nucleari di Teheran, ma una vera e propria campagna militare che non potrebbe risparmiare le basi dei missili balistici con i quali l'Iran potrebbe colpire tutto il Medio Oriente.
Al di là del devastante impatto economico, sul piano strategico la chiusura di Hormuz da parte dell'Iran garantirebbe un duplice vantaggio a Washington. Da un lato offrirebbe il "casus belli" per distruggere il potenziale bellico degli ayatollah inclusi i siti atomici e dall'altro obbligherebbe i Paesi arabi a impegnarsi in prima linea consentendo agli Stati Uniti di dare un taglio multilaterale alle operazioni militari mantenendo, come è già accaduto nel conflitto libico, un profilo meno pronunciato che in passato.