sabato 20 agosto 2011

L'ipocrisia, la ragione ed il buon senso.

L'ipocrisia, la ragione ed il buon senso.
Una recente intervista rilasciata dal deputato europeo Paolo Bartolozzi al Movimento Cristiano dei Lavoratori, e pubblicata su queste pagine, mi offre l’occasione di ritornare a trattare un argomento a me molto caro: i movimenti migratori. Negli anni più recenti della mia attività istituzionale di contrasto alla criminalità organizzata, in particolare di tipo mafioso, mi sono spesso occupato di questa emergenza che, al di là degli aspetti tecnico-investigativi, è un problema essenzialmente umanitario. La storia, anche quella del continente europeo, è fatta di accoglienza e xenofobia e, in ogni epoca, è stata oggetto di ondate migratorie generate da esigenze economiche, militari, sociali e politiche, aprendo, nel contempo, ciclicamente, il dibattito relativo all’effetto che avrebbero prodotto sulla società ospitante. Queste discussioni, intorno ai soliti interrogativi e più che altro alle stesse paure, spesso, purtroppo, producono anche i medesimi errori poiché ci si dimentica che gran parte della storia dei popoli è fatta di mescolanze di culture causate da movimenti migratori, più o meno indolori, e che, comunque, in questo modo, le culture si stratificano dando origine a nuove forme di civiltà. Premesso ciò, nel parlare d’immigrazione, il primo sentimento che emerge prepotente è di rabbia per l’aura di colpevole ipocrisia che circonda questo tema. Le politiche, prevalentemente di contenimento, producono stragi di migranti, manodopera in nero, che viene diffusamente impiegata in tutto il Paese con buona pace delle norme sul lavoro e fiscali, e reati di vario genere; in gran parte delle nostre città, in zone anche centrali, ragazzine, prevalentemente extracomunitarie, vendono la propria dignità ad un prezzo calmierato dalla domanda del mercato. Sono fatti questi quotidianamente sotto gli occhi di chiunque e con cui ognuno fa i conti a modo proprio e secondo la propria convenienza e coscienza; la poesia, che nei momenti più alti illumina meglio e più efficacemente di qualsiasi ragionamento ci aiuta attraverso le parole di un poeta come Fabrizio de André: “…si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare il cattivo esempio…” questo è quello che quasi sempre accade nell’affrontare la questione immigrazione.
Proseguendo, la seconda riflessione che mi prende riguarda la Ragione a cui si può ricorrere al fine di impiegare positivamente quella che reputo una grande opportunità di crescita ed in base alla quale potremmo analizzare da una diversa angolazione la questione immigrazione. Siamo un Paese destinato all’invecchiamento generazionale; le nostre forze vive e produttrici sono già fortemente ridimensionate. Forze giovani oggi stanno facendo la fortuna di intere aree continentali proiettate verso un futuro di speranza, mentre l’intero occidente langue in una situazione di costante declino demografico che, unito alla probabile e temibile fase economica di stagflazione ne determina l’attuale congiuntura negativa proprio nel momento in cui le autorità cinesi rivedono la politica del figlio unico che ne ha consentito lo straordinario sviluppo di questi ultimi decenni, nella speranza di continuare a contare sul fattore umano per generare futuro sviluppo.   Accoglienza ed integrazione ecco i termini che la Ragione indurrebbe ad impiegare nell’affrontare l’immigrazione. Accogliere ed integrare sono processi che comportano la mediazione anche tra opposti, per fortuna non sempre antitetici ma senz’altro diversi; la mediazione tra diversità implica la conoscenza ed accettazione delle reciproche specificità, mai l’annullamento dell’una a favore dell’altra altrimenti dovremmo fare ricorso a differenti categorie concettuali per descrivere processi diversi; per integrare è necessario conoscere se stessi fino in fondo prendendo consapevolezza delle proprie imprescindibili peculiarità. La mediazione e l'integrazione tra le diversità, come d'altro canto sancito nelle altisonanti dichiarazioni, e relative politiche internazionali, delle grandi organizzazioni sovranazionali nate dalle tragedie delle guerre mondiali e riassunte nella locuzione: uniti nella diversità. Al di la di questo approccio si entra, stancamente e oramai al di fuori delle dinamiche dello sviluppo mondiale nel campo del piccolo, e molto spesso meschino, interesse di parte, politico, economico e culturale.
Ancora una volta per orientare il mio pensiero non trovo altra luce guida che quella del buon senso; il Mondo nuovo che si va modellando sarà diverso e quindi qualcosa la dovremmo pur cambiare nella costruzione del rapporto con esso.
L'attualità italiana ci dimostra con evidente e disarmante limpidezza che dobbiamo ristrutturare il nostro approccio sistemico nell'affrontare il nuovo gioco internazionale e, come ogni buon giocatore, lo si deve fare partendo dalle carte di cui si dispone. Quelle di cui disponiamo le conosciamo e devono ridivenire la nostra forza; dobbiamo rientrare in un gioco internazionale che non può vederci ai margini nel suo stesso interesse.  L’approccio sistemico è un concetto al limite dell’astrazione ma può essere modellato e lo si può fare rispondendo non più ad esigenze esclusivamente partigiane ma seguendo la stella polare del buon senso.