venerdì 18 marzo 2011

Iran, Arabia Saudita e Bahrein: il braccio di ferro.


Le proteste di piazza in Arabia Saudita, Yemen e Bahrain, sono esplose in coincidenza con la preghiera del venerdì dell’11 marzo. Mentre le proteste saudite hanno avuto un carattere molto più tranquillo del previsto, decine di migliaia di persone hanno manifestato in Yemen contro il presidente Ali Abdullah Saleh.
In Arabia Saudita, chiamata ad una prima grande prova del genere, le dimostrazioni dell'11 marzo sono state effettivamente più contenute rispetto alle attese. Alcuni gruppi di manifestanti si sono raccolti, sin dal pomeriggio, nelle città orientali della Provincia di Hofuf, Qatif e Al-Ahsa, a maggioranza sciita, e sono stati fronteggiati da un imponente sistema di sicurezza. Nell'occasione i manifestanti hanno scandito slogans chiedendo  la liberazione di detenuti sciiti ed una maggiore libertà politica. La polizia antisommossa saudita, secondo alcune fonti, avrebbe esploso proiettili di gomma per disperdere la folla dei manifestanti.
In Bahrain, le forze di sicurezza si sono mostrate ben preparate per affrontare la situazione ed hanno bloccato, per tempo, una marcia di manifestanti sciiti  diretta verso il palazzo presidenziale evidenziando da subito la scelta della linea della fermezza. Migliaia di manifestanti sciiti l'11 marzo hanno intrapreso la marcia prevista verso il palazzo reale a Manama ma, una volta raggiunta la zona sunnita di Riffa, dove ha sede il palazzo reale, sono stati bloccati dalle forse di sicurezza.
Gli sciiti che hanno partecipato alla marcia appartenevano al movimento "Coalizione per una Repubblica" composto principalmente da membri dei movimenti Haq e Wafa, entrambi vietati dal governo. Brevi scontri tra i manifestanti e forze sunnite filo-governative si sono susseguiti dopo che, secondo alcune fonti,  le forze di sicurezza hanno permesso a quest'ultime di passare attraverso le linee della polizia e confrontarsi con i manifestanti.
Il movimento "Coalizione per una Repubblica" é nato dalla scissione interna all'opposizione sciita. Tale separazione ha indotto la fazione più moderata il gruppo sciita-islamista Al Wefaq, a cercare una temporanea alleanza con i sunniti che sostengono la casa regnante per conservare l'attuale governo. Pur conservando una  ferma opposizione al governo attuale, Al Wefaq continua a ritenere indispensabile il mantenimento delle attuali istituzioni e della monarchia, esprimendo, quindi, la sua opposizione alla linea dura che sottendeva la marcia dell'11 marzo scorso
Questa fase nella storia della piccola isola del golfo consente l’apertura una riflessione sul ruolo dell'Iran nell'intera area. L'Iran, da tempo, ha scelto una covert strategy in relazione ai Paesi del Golfo Persico ed in particolare per quello che riguarda il Bahrain dove ha contribuito a far esplodere i recenti disordini.
La partita che i due principali attori in questione, Iran ed Arabia Saudita, stanno giocando in Bahrein, sull’onda delle agitazioni nel Nord Africa, è giunta ad punto focale per la comprensione dei futuri assetti nell’intera area del medio oriente.
Tutti i movimenti rivoluzionari hanno caratteristiche comuni ed elementi tipici; le agitazioni in Bahrein, iniziate con la richieste di maggiore trasparenza nel governo del Paese, si stanno spostando verso una contrapposizione sul piano fideistico. Questo scostamento é verosimilmente il frutto dell’attività tattica di penetrazione della comunità sciita in questo Paese svolta dall’Iran.
Lo sviluppo di una politica d’influenza nella regione del Golfo Persico è per l’Iran sciita di primaria importanza; in tale quadro, appare ovvio che la leva non può che essere quella fideistica collante delle comunità sciite nello scacchiere medio orientale.
Nel recente passato questa penetrazione si è articolata in diverse covert activities per la penetrazione capillare di queste comunità finalizzate alla creazione di proxies locali fondamentali per l’eventuale passaggio ad una fase di aperta contestazione e rivolta, nel caso del Bahrein, nei confronti della dinastia reale. Questa ha reagito alle contestazione di piazza chiedendo ed ottenendo l’intervento delle forze del Gulf Cooperation Council (GCC). Queste forze sono essenzialmente state fornite dall’Arabia Saudita che con questo intervento diretto ha messo, di fatto, l’Iran di fronte ad una scelta importante: continuare con un basso profilo limitandosi a sostenere la comunità sciita oppure alzare la posta fornendo a quest’ultime un appoggio di diversa consistenza, magari in termini di aiuti a carattere militare.
Ad ogni modo appare sempre più chiaro che l’Iran è destinato a giocare un ruolo di assoluto primo piano ed è in grado di gestire, anche simultaneamente, diverse situazioni critiche operando su più tavoli contemporaneamente.