lunedì 7 febbraio 2011

UN ANNO DI GUERRA IN MESSICO


L’anno 2010 per il Messico è stato caratterizzato dall’inaudita ferocia che ha raggiunto lo scontro armato tra le diverse organizzazioni criminali e quest’ultime contro lo Stato Federale. Le organizzazioni criminali messicane sono coinvolte, prevalentemente, nel traffico di sostanze stupefacenti, di cocaina dai paesi andini, di hashish e drgohe sintetiche prodotte in loco, e destinate prevalente ai mercati nord americano ed europeo; nel traffico di esseri umani, sfruttando il flusso dai Paesi dell’America del sud e nei sequestri di persona a scopo di estorsione.
Il livello dello scontro, di natura assolutamente militare visti i mezzi e forze impiegati da ogni attore in gioco, è talmente inusitato che ha fatto registrare il  superamento delle 11.000 vittime, determinando un incremento del 70 % rispetto all’anno 2010. Questo scontro, inoltre, ha oramai travalicato il confine geografico dei soli stati  del nord per estendersi  coinvolgendo l’intero territorio nazionale.
La recrudescenza dei fenomeni criminali è determinata dalla ricerca di spazi e mercati ma anche dalla natura dell’intero panorama delinquenziale messicano che si presenza estremamente fluido in ragione della mancanza di strategie criminali a medio e lungo termine, ma basandosi su alleanza estemporanee e finalizzate al raggiungimento di obbiettivi contingenti. Si tratta, in effetti, di una guerra di tutti contro tutti; l’alleato di oggi molto probabilmente sarà il nemico di domani.
Il contrasto a questo fenomeno da parte delle istituzioni  è affidato alle politiche di settore del presidente Felipe Calderon che si è estrinsecano, essenzialmente, nel coinvolgere l’esercito, oltre che la polizia federale,  nella lotta alla grande criminalità organizzata. Le attività  di polizia, negli ultimi mesi sono state finalizzate esclusivamente a colpire direttamente i vertici dei cartelli più agguerriti. Questo tipo di approccio ha un suo fondamento nella dottrina americana cristallizzata nel Kingpin Act e già sperimentata negli anni passati in Colombia. Non potendo sradicare la criminalità con misure politiche di natura sociale ed economica, si colpiscono, con approccio militare, i vertici di alcune ben individuate organizzazioni, nella speranza che venuta meno la leadership quest’ultime ne risultino indebolite al punto di non rappresentare più una minaccia.
Un elemento dal quale necessariamente non è possibile prescindere è il contesto geografico continentale nel quale le dinamiche interne al Messico agiscono;  l’America Latina vive una rinnovata stagione di duri scontri che coinvolgono le autorità governative ed i potentati criminali spesso alleati con i  movimenti di guerriglia (quando questo non diviene essa stessa un’entità criminale come sta accadendo per le colombiane FARC). Quella attuale è senza dubbio una fase molto delicata di ridefinizione geo-politica e di consolidamento delle diverse alleanze regionali; uno dei fattori, se non centrale, perlomeno di sicuro peso per gli equilibri dell’intera area, è, senz’altro, il narcotraffico.
Il World Drug Report 2010 dell’UNODC (United Nation Office on Drugs and Crime) stima che l’ammontare complessivo della cocaina sul mercato internazionale è di circa 500 tonnellate corrispondenti ad un valore nominale approssimativo di 88 miliardi di dollari. Sebbene si registri un calo nella produzione nell’ultimo decennio di circa il 28% rispetto al 2000,  il Sud America permane il principale hub mondiale nel commercio della cocaina essendo la Colombia, il Perù e la Bolivia i maggiori produttori mondiali mentre il Messico, il Brasile ed il Venezuela Paesi di primo stoccaggio e transito verso il Nord America e l’Europa.
La strategia di contrasto sposata dall’amministrazione del presidente Calderon ha prodotto, senza dubbio alcuno, alcuni risultati soddisfacenti soprattutto in funzione mediatica assicurando alla giustizia, con spettacolari interventi delle forze speciali dell’esercito alcuni dei criminali più ricercati. Tuttavia, questa strategia presenta anche degli effetti collaterali niente affatto trascurabili poiché lo spazio territoriale dei cartelli indeboliti diviene immediatamente terreno di scontro tra le altre organizzazioni criminali innescando, in tal modo, feroci battaglie, con centinaia di morti, per assicurarsene il controllo.
Oggi il presidente Calderon si trova ad un bivio; a circa un anno dalle future elezioni presidenziali, è costretto ad ottenere dei risultati positivi nel contrasto alla grande criminalità organizzata avendo basato proprio su questo la precedente campagna elettorale e gran parte dell’attuale mandato. In considerazione della concreta probabilità che a questo risultato non possa addivenire con attività di polizia, anche, ma non soltanto per la scarsità dei fondi federali,  è verosimile che tenti il raggiungimento di un punto di equilibrio tra le varie fazioni criminali in gioco al fine di ridurre sensibilmente gli scontri armati generando in tal modo una sensazione di maggiore sicurezza nei cittadini dovuta all’attività di governo.
Quest’ultima scelta porterebbe, a rigor di logica, alla nascita di un soggetto  dominante sul resto del panorama criminale. L’analisi delle attività di polizia e delle varie alleanze tra cartelli inducono a ritenere che questo soggetto possa essere individuato nel Cartello di Sinaloa retto dal ricercato nr.2 al mondo dopo Osama Bin Laden, Joaquin “El Chapo” Guzman.
La scelta strategica del presidente Calderon avrà dei risvolti nei fatti che  la cronaca dei futuri mesi ci presenterà; solo allora sarà possibile verificare e giudicare le scelte operative delle istituzioni per il contrasto ad uno dei più cruenti fenomeni di criminalità organizzata a livello mondiale.