venerdì 18 febbraio 2011

La politica post coloniale in Africa.

Gamal Abdel Nasser, nel 1952, ha trascinato l’Egitto strappando il controllo del governo al sovrano egiziano e all'impero britannico. Scrisse: “…la rivoluzione ha segnato la realizzazione di una grande speranza sentita dal popolo d'Egitto da quando ha cominciato, in tempi moderni, a pensare all’autodeterminazione per il proprio futuro… ". Quasi 50 anni dopo, tuttavia, gli egiziani ancora devono lottare per determinarlo il proprio futuro. E ora, con il presidente Hosni Mubarak deposto, le aspirazioni del popolo, ancora una volta sono nelle mani del potere militare.
 Mubarak aveva 24 anni quando Nasser prese il potere; apparteneva ad una generazione di leader in via di formazione che, come Nasser, concepiva il nazionalismo come necessario e l’impiego dell’esercito indispensabile per garantire l'unità nazionale a scapito delle libertà civili. Mubarak, quindi concepiva un’ideologia nazionalista obsoleta che non tollerava discussione democratica ed è stata intrappolata in una visione del mondo che rifiutava il cambiamento. Per Mubarak, il tempo si era fermato.
Allo stesso modo, la propaganda xenofoba e statale egiziana ha presentato i manifestanti come una componente guidata dallo straniero, quasi neocoloniale con l’intento di annullare la nazione.
Altri leader in Medio Oriente, ma non solo,  soffrono di questa sindrome e, come risultato, essi non sono in grado di tenere il passo con le popolazioni più giovani ed alle loro istanze riformatrici. Essi soffrono di ciò che può essere definito un disturbo postcoloniale secondo cui l'autoritarismo è l'unica cura per problemi politici interni o esterni. Hanno una incapacità manichea di pensare al di fuori della logica totalizzante del potere statale.
Costoro sostengono che il loro potere ha fornito uno scudo al popolo dai pericoli di un mondo neocoloniale.
Ora che l'orologio del tempo ha colpito Mubarak in Egitto, gli altri Stati della regione sono vulnerabili alla rivoluzione.
L’anno 1960 segna uno dei momenti chiave del processo di decolonizzazione; quattro anni dopo la nazionalizzazione da parte di Nasser del Canale di Suez, il primo ministro britannico Harold Macmillan, in un memorabile discorso al Parlamento del Sud Africa in Cape Town, disse che il Regno Unito era disposto ad accettare la perdita delle sue colonie africane mettendo così in moto un'ondata di decolonizzazione.
Oggi, nell’intero Medio Oriente potrebbe soffiare un altro vento di cambiamento.
decenni di sfiducia. Da tutti i dati raccolti finora, gli attivisti egiziani appaiono ben posizionati per tenere traccia dei progressi dei militari verso la riforma.