sabato 19 febbraio 2011

Il nuovo paradigma geopolitico per comprendere la criminalità globale.

di Antonio De Bonis
La criminalità è un fenomeno umano e come tale in costante trasformazione. Negli ultimi anni ha subito un’evoluzione epocale uscendo dalla localizzazione all’interno dei territori di atavico riferimento per divenire un fenomeno trasversale ad essi. Per comprende e contrastare efficacemente questa nuova minaccia è necessario dotarsi di un nuovo approccio intellettuale.
Quello geopolitico è un approccio oggi imprescindibile per comprendere l’ampiezza e la profondità dei danni che le realtà criminali infliggono ai popoli ed ai territori in cui proliferano.
Nell’era post –cortina di ferro-, la criminalità, essendo maggiormente libera di agire, può influenzare nuovi territori per mezzo della propria forza militare, politica e finanziaria. Questi poteri consentono l’insorgere di un fenomeno inquietante per la propria pervasività del tessuto sociale: la resilienza. Questo termine deriva dal verbo latino resilio (da re e salio) che significa rimbalzare ma anche, in senso figurato, non essere influenzati da qualcosa che viene percepito come negativo.
Il concetto di resilienza,  nato e sviluppato negli Stati Uniti veicola anche  le idee di elasticità, vitalità ed energia. Si tratta di un processo; un insieme di fenomeni grazie ai quali il soggetto si introduce e permane in un contesto dato.  La resilienza non si acquisisce una volta per tutte, ma rappresenta un cammino da percorrere attraverso l’elaborazione di situazioni conflittuali che consente, nonostante tutto, di continuare il proprio percorso.
Le risorse e le esperienze pregresse ed acquisiste permettono di reagire agli stimoli esterni percepiti come una minaccia. La resilienza, quindi, non è una qualità del soggetto ma un divenire che ne inserisce lo sviluppo in un contesto in cui imprime la propria presenza.
Sono, dunque, l’evoluzione e la storicizzazione del soggetto ad essere resilienti, più che il soggetto in sé.
La resilienza -sia di esito che di processo- presuppone l’esistenza di fattori di rischio che sono variabili presenti ad ogni livello sistemico ed il relativo adattamento.
Le organizzazioni criminali di maggiore spessore a livello mondiale rappresentano ormai una costante storica, la Yakuza, le Triadi, la Mafia Turca, la Mafia Siciliana e oggi la ‘Ndrangheta. Nonostante l’impegno dei governi, spesso più propagandato che concreto, nessuna di queste associazioni di tipo mafioso, storicamente attive sul pianeta é stata annichilita.
Secondo l'articolo 416 bis del Codice penale italiano un'associazione è di tipo mafioso quando ''coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali''.      
La percezione internazionale del fenomeno è, tuttavia, ancora scarsa. Ad esempio, il supporto  ed il riconoscimento internazionale del Kosovo quale stato indipendente, entità territoriale fortemente pervasa dalla criminalità organizzata, testimonia che le mafie vengono considerate marginali e trascurabili rispetto a questioni economiche e geostrategiche. La criminalità organizzata è fisiologica a qualsivoglia struttura sociale; varia soltanto nell’intensità in considerazione al compromesso che di volta in volta viene negoziato, tacitamente o, finanche, apertamente.
Nel nostro Paese è ancora aperto in sede processuale  il dibattito circa una presunta trattativa che lo Stato attraverso suoi funzionari avrebbe condotto con l’organizzazione criminale autoctona Cosa Nostra siciliana, nell’intento di porre fine alla stagione stragista del 1993.
Recentemente Jorge Casteneda Guzman, già Ministro degli Affari Esteri del Messico, ha dichiarato che l’attuale politica di guerra aperta ai narcos messicani è destinata al fallimento e che sarebbe opportuno raggiungere con essi un accordo.