lunedì 31 gennaio 2011

La situazione egiziana


Non è chiaro quanto sia esattamente accaduto e accade nelle principali città egiziane. Tutti, in occidente ed oriente, sono stati colti di sorpresa dalla dinamica e dallo sviluppo degli eventi ma quello che impressiona è che, perfino i Fratelli Mussulmani non sembrano, ancora oggi, aver compreso la portata degli eventi. Ricordo, a questo proposito, che quest’organizzazione, che ha ispirato gran parte del movimento mussulmano radicale e finanche Al Quaeda, ha sempre avuto quale fine tattico privilegiato quello di sovvertire l’ordinamento istituzionale in Egitto. Oggi che questo cambiamento sembra ineluttabile, non ha una chiara posizione e non per una qualche strategia quanto piuttosto per una carenza, se non mancanza,  di comprensione e reazione ai fatti medesimi.
Che l’attuale presidente Hosni Mubarak dovesse cedere il passo era chiaro, se non altro a causa dell’età avanzata, così come era sempre più chiaro agli osservatori che la successione per via di sangue al figlio Gamal non avrebbe avuto corso.
Nel 1952, il Colonello Gamal Abdel Nasser, con un colpo di stato manu militari aveva deposto la monarchia, fiaccato l’influenza britannica sul Paese ed esautorato i civili dalle forze armate. Questa rivoluzione di tipo laico e socialista in funzione nazionale è stata consolidata dai successori Anwar Sadat e Hosni Mubarak, entrambi militari.
Il core della questione è rappresentato dai dimostranti in piazza che appaiono essere divisi tra di loro ma uniti solamente in funzione anti Mubarak. Il vero potere forte, quello delle forze armate, si rapporta alla situazione con una visione per così dire strabica; da un lato ha l’opportunità, servita su di un piatto d’argento, di liberarsi del dossier -successione a Mubarak- eliminando nel contempo automaticamente la candidatura del figlio Gamal, e dall’altra però con la consapevolezza del rischio che il movimento di piazza sfugga di mano sovvertendo il regime e trascinando con sé l’intero apparato forze armate comprese.
Una importante ulteriore considerazione è che, a differenza di quanto i media occidentali tendono a sottolineare, le istanze dei dimostranti più che rivolte ad un sovvertimento del regime in funzione democratica, sono pragmaticamente finalizzate ad ottenere garanzie di tipo economico. Le recenti rivolte in Algeria e Tunisia si sono svolte per la medesima questione di fondo: la fame. Le ribellioni sono state scatenate non da istanze filosofiche ma dall’aumento insostenibile degli alimenti ed in particolare delle farine per la preparazione del piatto nazionale e povero: il cous cous.
La situazione potrebbe evolvere in questi 4 differenti scenari:
-       l’attuale regime sopravvive e Mubarak prende altro tempo;
-       il regime collassa a favore di un rappresentante dell’establishment militare;
-       si apre la via di elezioni, magri con una figura di garanzia come El Baradei, da cui potrebbero uscire vittoriose le fazioni  democratiche oppure i Fratelli Mussulmani (già molto impegnati nel sociale);
-       il Paese finisce nel caos.
L’Egitto è al centro del mondo arabo ed una sua radicalizzazione in chiave islamica sarebbe una catastrofe per diversi attori geopolitici quali Stati Uniti ed Iran (potenza regionale emergente con vezzo d’egemonia); ma chi più d’ogni altro ha da temere una simile eventualità è lo Stato d’Israele. Quest’ultimo ha sempre ritenuto, giustamente, che la minaccia alla propria esistenza potesse provenire dall’Egitto (in passato prima della svolta di Sadat del 1973 armato dai russi) tanto da combattere tre guerre 1948,1967 e 1973.
Possiamo, per il momento, concludere che un eventuale processo di democratizzazione che prevedesse libere elezioni vedrebbero gli occhi del mondo puntati verso il risultato dell’unico attore in grado, eventualmente, di cambiare la storia: la Fratellanza Mussulmana.