domenica 20 gennaio 2019

Ecco spiegato come le Mafie si evolvono

La criminalità è un problema di sempre  maggiore attualità poiché ha riflessi diretti sulla sicurezza, reale e percepita, delle comunità nelle quali viviamo. Insieme al pericolo radicale islamista ed agli effetti provocati dalla molteplici attività insurrezionali in tutto il mondo, di criminalità si parla sempre più spesso anche in relazione ai legami che connettono i traffici illeciti alle fonti di finanziamento del terrorismo.

Tuttavia l’analisi dei fenomeni criminali è spesso confinata alla comprensione degli aspetti di natura repressiva, tralasciando completamente le dinamiche internazionali che determinano il successo o la scomparsa di organizzazioni criminali anche complesse.

Al contrario è utile comprendere le motivazioni che determinano l’evoluzione di questi fenomeni, soprattutto a connotazione transnanzionale poiché interagiscono con organizzazioni che operano in Paesi anche distanti migliaia di chilometri.
Per dimostrare quanto utile sia questo approccio partiamo dal domandarci come nasce una mafia:
* disagio sociale da squilibri economici;
* fattori contingenti di natura storica;
* corruzione;
* mancanza o insufficienza di Stato. 

Ed ecco quali sono le caratteristiche principali che connotano le mafie tradizionali italiane: 
  • un processo storico che ne ha determinato la nascita e lo sviluppo in ragione di elementi economici, politici e sociali;
  • l’uso eventuale della violenza; un sincretismo religioso (di natura culturale) che ha risvolti sotto il profilo rituale e quindi strutturale; 
  • lo sfruttamento della diaspora per l’acquisizione di un profilo internazionale; 
  • un’acquisita resilienza.

Queste considerazioni evidenziano le principali caratteristiche che contraddistinguono qualsiasi organizzazione criminale di tipo mafioso che, a differenza delle organizzazioni criminali semplici o comuni, hanno un ulteriore fine che ne caratterizza l’operato: durare nel tempo. E per poter durare nel tempo le mafie hanno bisogno di poter interagire, attraverso la corruzione, con centri d’interesse politici, economici o finanziari con i quali condividono interessi indifferentemente illeciti e leciti.

Una volta compresi questi passaggi obbligatori per qualsiasi organizzazione criminale evoluta di tipo mafioso, è possibile creare un modello concettuale di riferimento a cui ricorrere per valutare la pericolosità di qualsiasi organizzazione criminale.

Per confermare la validità di questo modello analitico di natura empirica ricorro all’analisi della presenza delle organizzazioni criminali nigeriane in territorio italiano datata e consolidata.

Le organizzazioni criminali nigeriane operano in Italia da molti anni privilegiando all’inizio esclusivamente lo sfruttamento ai fini sessuali dell’immigrazione clandestina di giovani nigeriane, entrando anche in conflitto con le organizzazioni criminali italiane, per poi, nel tempo, dedicarsi anche ad attività molto più remunerative come il traffico di sostanze stupefacenti.

Oggi possiamo dire che il declino delle organizzazioni criminali italiane di tipo mafioso, soprattutto in Sicilia e, in parte, in Campania ha consentito l’espansione e il radicamento della criminalità nigeriana con una forte presenza fisica in territori in passato di esclusivo appannaggio della mafia siciliana e della camorra napoletana. Un primo aspetto da sottolineare riguarda il declino delle organizzazioni criminali preesistenti, siciliane e campane,  essenzialmente legato a questi aspetti:
* crisi economica interna e prosciugamento di fondi statali per la realizzazione  e di opere pubbliche;
* sclerotizzazione dei fenomeni migratori e dei rapporti internazionali;
* uscita dai grandi circuiti criminali per cause storiche.

Quest’indebolimento è stato ulteriormente aggravato dalla contingente opera di repressione e contestuale perdita di coperture politiche dovuta alle nuove dinamiche interne alla situazione italiana.

L’insieme di queste dinamiche ha costretto le organizzazioni criminali, in particolari siciliane, a posizioni di difesa con un ritorno al lontano passato che si evidenzia dalla commissione di reati di basso profilo come l’usura o l’estorsione nell’ambito del territorio sotto il proprio controllo.
Sono finiti i tempi della spartizione degli appalti pubblici o delle grandi opere finanziate dallo stato e quindi sono finiti i fondi per l’accesso ai mercati internazionali del traffico degli stupefacenti.

Ed è grazie a quest’analisi che ci si può spiegare la forte presenza e documentata collaborazione di famiglie mafiose siciliane con la criminalità nigeriana in Sicilia nella città di Palermo in particolare. Le organizzazioni criminali nigeriane, grazie all’autorevolezza relazionale e presenza fisica in tutti i principali mercati illeciti internazionali, sfruttano la capacità di reperimento e approvvigionamento di qualsiasi tipo di sostanza stupefacente a cui un tempo le mafie italiane provvedevano in proprio. Si realizza così una forzata convivenza territoriale che però vede ancora, e perlomeno per il momento, in posizione egemone mafia siciliana e camorra rispetto alle organizzazioni nigeriane.

Come si comprende le organizzazioni mafiose altro non sono che una delle facce dello stato di salute interna e delle dinamiche storiche di ciascuna nazione. Il ricorso al modello concettuale proposto, derivante dall’analisi delle caratteristiche emerse dall’esperienza storica delle mafie italiane consente un approccio analitico, sebbene empirico, per la comprensione delle motivazioni che portano alla nascita, allo sviluppo e alla persistenza nel tempo di un’associazione criminale di tipo mafioso aprendo, ovviamente il dibattito alle misure e pratiche per il relativo contrasto.

venerdì 18 gennaio 2019

Geopolitica pragmatica o geopolitica delle emozioni?

“La luna cinese è rotonda quanto quella straniera”. Questo l’auspicio di Zhang Wenmu, professore ed esperto di strategia della sicurezza nazionale presso il Centro di Studi Strategici dell’Università dell’Aeronautica e Astronautica di Pechino, in un articolo tradotto da Limes, affinché la geopolitica cinese si affranchi dall’idea per cui “non si può aprir bocca senza menzionare l’Antica Grecia”. Chiaro riferimento ad un discorso di Mao del 1941 in cui si criticava l’eccessiva importanza data dai ricercatori marxisisti-leninisti alla storia occidentale, adombrando quella cinese. Lo studio della geopolitica in Cina, infatti, affonda radici lontane: molti i riferimenti alla “geografia storica” o alla “politica geografica” in opere che hanno rappresentato le fondamenta della moderna ricerca.

Lo studioso mette in luce quanto il rapporto tra geopolitica e politica delle risorse sia essenziale: l’esigenza, connaturata negli Stati, di garantirsi l’approvvigionamento e il controllo delle risorse può spingere gli stessi a travalicare il limite della propria forza e a inseguire tendenze egemoniche. Già Mao, nel 1937, sosteneva che “la strategia deve evitare allo Stato di trovarsi a combattere una battaglia che ne metta in pericolo l’esistenza”: la geopolitica, pertanto, non deve assurgere a strumento delle mire espansionistiche degli Stati. Esattamente come hanno teorizzato gli studiosi occidentali, da Mackinder ad Haushofer, da Kennan a Brzezinski, che, secondo Wenmu, hanno spinto i rispettivi paesi ad allargare, in modo spregiudicato, la propria sfera di influenza, decretandone, così, la fine.

Stessa sorte per quegli Stati il cui obiettivo strategico trascende le proprie effettive capacità e non consideri l’entità del nemico che si ha di fronte. La geopolitica come “filosofia sulla punta del coltello” impone precisi dettami: nessuna grande potenza può combattere su più fronti, pena la sconfitta. Ancora una volta le teorie occidentali si sono annunciate profezie nefaste: dopo la seconda guerra mondiale, il declino del Regno Unito, la separazione tra India e Pakistan, gli infelici interventi Usa in Corea e Vietnam.

Wenmu sottolinea, inoltre, come la componente terrestre di una potenza sia necessaria nella stessa misura di quella marittima: controllare un vasto territorio può influenzare una potenza marittima e viceversa. Nell’epoca moderna l’impero britannico era più potente di quello americano poiché dominava l’Oceano Indiano; allo stesso tempo, costituiva una seria minaccia anche per l’impero russo, nonostante quest’ultimo si configurasse come potenza terrestre. Secondo la teoria di azione e reazione, per cui la potenza egemone controlla anche la retroguardia continentale, si definisce il vantaggio che solo la Cina possiede, derivante dalla sua posizione geografica e da una buona capacità di reazione nei due oceani, Indiano e Pacifico.

Il passaggio più affascinante nell’articolo mostra come esista una proporzione naturale tra i tre poteri forti dell’Eurasia: Europa, Asia Centrale e Cina. Base del potere strategico. La legge della sezione aurea dimostra, infatti, che nell’area tra il 30° e il 60° di latitudine Nord possono coesistere solo 2,5 forze strategiche. Da ciò consegue inevitabilmente che una delle tre soccombe e si frammenta. Nei tempi antichi sullo scacchiere politico coesistevano l’impero romano, diversi imperi in Asia centrale e l’impero cinese. L’ Asia centrale fu schiacciata e divisa in tanti piccoli imperi: la proporzione tra le tre potenze era 1:0,5:1. Nel Medioevo, fu la volta dell’Europa che, con il crollo dell’impero romano, si frammentò e favorì l’espansione dell’impero arabo, poi di quello dell’Asia centrale. In questo periodo la proporzione era 0,5:1:1. Con la rivoluzione industriale si affermò la rinascita europea e gradualmente si indebolì la potenza islamica dell’Asia centrale compressa tra Europa, Cina e Russia: di nuovo la proporzione era 1:0,5:1. In epoca moderna e contemporanea il declino di uno tra Europa, Cina o Russia ha causato l’ascesa della potenza islamica in Asia centrale e l’espansione verso le aree dove c’era stato il collasso delle altre potenze. Evidenza storica di questo principio, le grandi ondate migratorie dirette in Europa e la crisi dell’Unione Europea a cui stiamo assistendo.

Questi esempi storici, dai tempi antichi a quelli più recenti, aiutano a comprendere le fasi di ascesa e di declino delle potenze nel continente asiatico e l’importanza della Cina come punto di equilibrio dell’Asia, come necessaria “premessa per una diplomazia matura”.

Sebbene l’approccio geopolitico di Wenmu pecchi di egocentrismo filosofico che ripone estrema fiducia nella ricomposizione dell’equilibrio strategico della Cina e nel grande risorgimento della nazione, va riconosciuto il valore di aver delineato una geopolitica che non si configura come strumento di strenua lotta per la sopravvivenza ma come analisi obiettiva di strategia e risorse, sottolineando, allo stesso tempo, il riposizionamento della Cina a livello globale, sotto il profilo economico e soprattutto militare. La crescente potenza navale e il futuristico progetto delle nuove vie della seta rischiano di configurarsi come una reale minaccia per la talassocrazia americana che, da più parti, sferra fendenti al fine di contenerne l’ascesa: attacca l’export, condanna il tentativo di falsa integrazione delle minoranze interne, gestisce alleanze con gli Stati costieri circostanti per il controllo dei mari (es. il Quad, accordo navale tra Usa, Australia, India e Giappone).

Si impongono, pertanto, a livello più generale, considerazioni sulla diversità di approccio tra Occidente e Oriente. Se quest’ultimo lo considera, in termini economicisti, un’analisi costi-benefici, attenta alle proprie capacità e alle proprie risorse e finalizzate a favorire il disegno di un impero sinocentrico, la strategia occidentale, in particolare quella americana, ha scelto sempre un approccio esuberante che ha avuto come obiettivo consolidare le proprie posizioni. Impedire, cioè, che una qualsiasi altra potenza potesse dominare regioni considerate strategiche, se non vitali. Si legge un sostrato di paura dell’”asse occidentale” nei confronti dell’impero della speranza: siamo di fronte ad un nuovo orizzonte metodologico? Per Dominique Moisi si. La sua “geopolitica delle emozioni” potrebbe fornire un’interpretazione originale. Lo studioso divide la storia politica in tre grandi aree accomunate da un sentire omogeneo: la cultura dell’umiliazione dei popoli dell’Islam e del Medio Oriente, dimenticati dalla storia; la cultura della speranza dei popoli dell’Asia che progettano un futuro di rinascita e la cultura della paura di europei ed americani, disorientati di fronte ad una crisi di identità che fa “temere l’invasione dell Altro”. Nel caso dell’Islam, si reagisce a frustrazioni precedenti con un nuovo attivismo che in alcun casi, però, può essere nichilista (attentati suicidi dei terroristi).

E ora, stringendo il cerchio intorno a casa nostra, nella partita geopolitica globale, che ruolo gioca l’Italia? Da un lato, siamo pressati dalla potenza americana che esige fedeltà in cambio di protezione e dall’Europa che ci impone stringenti vincoli e dall’altro, protesi verso la Cina, in vista delle opportunità economiche notevoli che il progetto della Belt and Road Initiative può portare. L’ambivalente diplomazia equilibrista, che da sempre ci contraddistingue, sarà messa a dura prova: l’Italia dovrà trovare la giusta formula politica per sperare di giocare un ruolo significativo. Un ruolo che non lo releghi sulla panchina delle opportunità mondiali ma sia capace di cogliere le sfide e non rimanere indietro.

venerdì 28 dicembre 2018

Angelo IOPPI era un italiano.

Angelo IOPPI, era un italiano;
nel 1923 si arruola nell’Arma dei Carabinieri, torna alla vita civile dopo aver prestato il servizio di leva, e  nel 1940 viene richiamato in servizio.

Angelo IOPPI, che era un italiano, sfugge alla deportazione dei Carabinieri in servizio a Roma del 7 ottobre 1943 voluta da Berlino ed organizzata dal Maresciallo Kesserling con la complicità fattiva del Maresciallo Graziani.

Una storia troppo poco nota, ma che intendo studiare sempre più a fondo perchè svela molti dei punti cardine dell’intero impianto strutturale della futura Repubblica italiana.

Tuttavia, in questo scritto parlerò di Angelo IOPPI, un italiano che l’8 settembre 1943 aveva  ben chiaro da che parte stare e cosa fare. 


Da uomo, da Carabiniere, e da italiano scelse la lotta. 

Questa scelta lo porterà, a causa dell’immancabile delazione, nelle celle del famigerato stabile di Via Tasso sede del comando tedesco durante l’occupazione di Roma.

Vengo al nocciolo del tema: Angelo IOPPI, brigadiere dei Carabinieri e italiano, sfugge alla retata contro i Carabinieri romani, disarmati e deportati in Germania, e si unisce alla resistenza all'occupante tedesco, organizzata insieme ad altri commilitoni, avendo ben chiara la situazione dell’Italia in quel tragico frangente storico.

Nelle pagine del suo memoriale, scritto nell’immediatezza dei fatti, e che merita di essere letto tutto, chiarisce che le forze militari italiane erano preponderanti rispetto a quelle germaniche e che, qualora fossero state adeguatamente organizzate da una linea di comando degna, avrebbero senz'altro avuto la meglio sui tedeschi in tutto il territorio nazionale. 

Ma nella sua analisi va, per fortuna nostra, ben oltre evidenziando che:
”… una pletora di inimicizie, di discordie, di dissensi esisteva fra ufficiali e ufficiali, specie nei gradi superiori, senza contare l’aperto contrasto con gli altri esibizionisti, caporioni della milizia fascista … Disparità di trattamento economico, ambizioni non soddisfatte, avevano fatto sì che anche in queste organizzazioni militari, come erano l’esercito, la marina, l’aeronautica in genere, fosse dato ampio posto agli sfacciati favoritismi verso elementi di di dubbia capacità e che purtroppo attraverso incensamenti avevano raggiunto gradi elevatissimi. Non c’è quindi da stupirsi per quello che è avvenuto in seguito all’armistizio e per l’atteggiamento assunto da alcuni responsabili militari che abbandonarono le truppe in balia di se stesse o le consegnarono direttamente nelle mani del tedesco …”.

Questa breve disamina è più di un’analisi, è un giudizio storico che, a noi che oggi leggiamo queste parole, dovrebbe suonare come un gravissimo campanello di allarme per il presente visto che questo Paese, il nostro Paese è in preda ad una sterile isteria collettiva.

L’8 settembre 1943 i posti di maggiore responsabilità del Paese erano occupati da elementi di dubbia capacità e che purtroppo attraverso incensamenti avevano raggiunto gradi elevatissimi, che hanno portato, per ignavia, codardia o interesse, il Paese allo sfascio consegnandolo al tedesco prima, e alla dinamica USA-URSS dopo, ma sempre e comunque con il ruolo di Paese sconfitto. E chi a questa logica si è ribellato è stato fatto fuori. lascio a voi l'esercizio dell'elencazione.

I cortigiani di oggi hanno consegnato attraverso incensamenti il Paese di Angelo IOPPI, e di tutti quei resistenti, al padrone di turno in cambio di prebende. Padrone meno individuabile perchè globalizzato, ma pur sempre interessato ad avere un'Italia sconfitta e sottomessa ai propri interessi.

Angelo IOPPI, che era un italiano, subì durante i suoi novanta giorni di detenzione nelle celle, 13, 2 e 18 di Via Tasso a Roma, 28 interrogatori, o meglio sedute di tortura, senza concedere neanche un nome all’aguzzino, ma neanche un cenno, non una frase nella consapevolezza che dal suo cedimento sarebbe dipesa la vita di altre persone.

Ora io non chiedo a me stesso e figuriamoci agli altri atti eroica dignità umana al pari dell’italiano Angelo IOPPI, ma almeno se proprio dovete venderla questa dignità fatevela pagare oltre i 30 denari.
 



mercoledì 19 dicembre 2018

Come alimentiamo la mafia nigeriana in Italia. Casa nostra e cosa loro.

Non abbiamo finito di parlare di tangenti, pagate per l’acquisizione di licenze e commesse nell’ambito degli scambi commerciali relativi alla compravendita di prodotti per le esigenze energetiche, che i fatti di cronaca ci riportano sul tema.


Sono state depositate le motivazione della sentenza con la quale  il Tribunale di Milano ha condannato i manager e mediatori di Saipem, collegata ENI, per corruzione internazionale relativa all’aggiudicazione di commesse in Algeria, scrive il giudice milanese: ”… Saipem aveva iniziato ad ottenere i primi inviti a partecipare alle gare, avvantaggiandosi della relazione illecita intrattenuta con Khelil che, a fronte dei pagamenti ricevuti, schermati dalla galassia di società facenti capo” al suo allora segretario e braccio destro Farid Bedjaoui (il quale si avvaleva in primis di Samir Ouraied) e dei veicoli riconducibili ad Habour, aveva venduto a caro prezzo, 197 milioni di euro, la discrezionalità dell’ente nell’aggiudicazione delle commesse …”. Per approfondimenti segnalo  questo link al Fatto Quotidiano.

Nel pezzo precedente avevamo visto queste dinamiche di corruzione internazionale all’opera in Nigeria e, ancora una volta, poste in atto per conto dell’ENI, nostra principale società energetica d’interesse nazionale, attraverso le figure di secondo piano a questo scopo dedicate e su cui come in questo caso specifico finiscono per ricadere le responsabilità penali in ragione del fatto che la responsabilità penale è personale.

Un gioco delle parti che, come abbiamo avuto modo di chiarire, fa parte del normale svolgimento di queste pratiche commerciali internazionali.

Abbiamo trattato il tema puntando l’attenzione sull’interesse primario nazionale che ci rende insensibili sotto il profilo etico rispetto alla realizzazione di illeciti penali ammantati da una vena giustificatrice connessa all’interesse collettivo.

Senza tornare sull’argomento, in questa occasione vorrei, invece, far riflettere su di un secondo aspetto connesso ai fenomeni migratori. 

Spesso si sente sproloquiare la frase: aiutiamoli a casa loro. Orbene è evidente che il tema meriterebbe ben più approfondite analisi e riflessioni, tuttavia, almeno una considerazione la possiamo fare: ma quando si pagano queste tangenti miliardarie, fate voi se euro o in dollari, ma più spesso in mezzi finanziari che sfuggono alle dinamiche bancarie, chi ne risulta essere il beneficiario e che cosa comporta l’immissione in Paesi come la Nigeria o l’Algeria di questi flussi di denaro?

La risposta è abbastanza evidente: centri di potere sono i recettori delle tangenti miliardarie. Quindi tanto più denaro in nero si incamera, ovviamente ben lontano dall’entrare nel relativo circuito fiscale nazionale, tanto maggiore sarà il connesso e derivante potere da usare in favore del proprio circuito relazionare per aumentarne il peso politico ed economico alterando ovviamente le dinamiche democratiche.

In sostanza pagare le tangenti non aiuta lo sviluppo dei Paesi produttori di idrocarburi che sono ancora incagliati nella politica post coloniale di delega alle nuove élite locali che, come appare evidente, non fanno l’interesse delle collettività di riferimento.

In Nigeria la maggior parte degli omicidi politici, e sono centinaia da quando nel 1999 è tornata la democrazia, sono avvenuti nella capitale Abuja e negli stati ricchi di petrolio del delta del Niger. Questa semplice dinamica ha favorito lo sviluppo pletorico delle mafie locali che strategicamente si espandono all’estero,pur mantenendo un forte legame con la zona di provenienza, per differenziare gli investimenti dei capitali illeciti a cui si aggiungono le nuove opportunità che i nuovi mercati offrono.


Ebbene, tenete a mente il fenomeno migratorio italiano verso le americhe dalla fine dell’Ottocento o quello più recente, del secondo Novecente, della ‘ndrangheta in gran parte dei Paesi occidentali; altro non ha determinato se non il radicamento delle organizzazioni criminali italiane, sull’onda della nostra diaspora migratoria, che hanno comunque mantenuto un fortissimo legame con i vari poteri, politico ed economico nei territori di origine.

Dallo studio che stiamo portando avanti ormai da anni sulla mafia nigeriana emergono chiare e profonde similitudine con lo sviluppo internazionale delle nostre mafie; e allora forse è il caso di riflettere anche su come aiutare noi stessi, oggi, in casa nostra, perchè le proiezioni previsionali non sono affatto rassicuranti soprattutto alla luce delle linee di sviluppo storico qui accennate. 

Casa loro ormai è divenuta casa o cosa nostra, così come cosa nostra è divenuta cosa loro(quantomeno in termini di calco).


domenica 16 dicembre 2018

La corruzione oggi non è più cingia di trasmissione dell'economia come avveniva nella Prima Repubblica.


Approfitto molto volentieri dell'articolo pubblicato oggi 12 dicembre 2018 dal Fatto Quotidiano dal titolo Eni Nigeria, l’ex console italiano: “Lì e in tutta l’Africa non si lavora se non si unge”  per affontare un tema da sempre oggetto di una profonda e becera ipocrisia ovvero il dato oggettivo ed incontrovertibile che le tangenti nelle transazioni contrattuali internanzionali si pagano da sempre e le pagano tutti senza esclusione alcuna, nel pubblico e nel privato, a livello nazionale, internazionale e transnazionale.

I partiti della Prima Repubblica lo sapevano ed avevano organizzato un sistema di gestione di questi affari che non escludeva nessuno dal tavolo spartitorio. Questo a me e quello a te. Quantomeno si dovrà ammettere che, al netto della deprecabile sottostante corruzione, si trattava evidentemente di favorire l'attività di esportazione delle aziende nostrane; cosa che banalmente accade, come dimostra l'articolo del FQ ancora oggi. 

Qualche dubbio in più, lo possiamo concedere, invece si deve sollevare, ed è questa la ragione di fondo che sostiene una politica di low profile da parte di tutti gli attori coinvolti su questo tema, allorchè si tratta, al contrario, di prendere tangenti per favorire l'ingresso in Italia di prodotti o servizi esteri.

Anche in questo senso la Prima Repubblica aveva organizzato un sistema perfettamente in asse con il peso politico di ciascun partito e quindi il tutto si reggeva con qualche fisiologico scandalo frutto di gelosie e ritorsioni per non essere stati ammessi al banchetto o semplicemente perchè non soddisfatti del trattamento accordta.

Senza voler parlare delle tangenti prese dai gerarchi fasciti, e dallo stesso entourage familiare del duce, per la concessione della rete di distribusione dei carburanti in Italia a favore delle major angloamericane, senza voler neanche elencare tutti gli scandali connessi in tempi repubblicani alle tangenti pagate ai politici dai petrolieri nostrani in cambio di leggi fiscali di favore, senza voler neanche accennare al famoso scandalo Lookeed e alla relativa tangente pagata, come accertarano i tribunali statunitensi al politico italiano che rispondeva allo pseudonimo di Antelope Cobbler (non si è mai saputo chi questi fosse tra Giovanni Leone, Giulio Andreotti o Aldo Moro) per l'acquisito di arei militari, senza voler parlare della tangente Eni-Petromin che coinvolse gli arabi, senza volerne parlare è tuttavia chiaro che se vuoi vendere un prodotto oppure un servizio di una certa rilevanza in termini economici devi ungere. E devi ungere tanti e tanto, quanto più grande è l'affare.

Oggi solomanete un ingenuo può anche solo pensare che le cose siano cambiate; il meccanismo è questo e non si può cambiare perchè funziana alla perfezione.

Infine, ma secondo voi la decolonizzazione del ventesimo secolo com'è stata gestita? Ma chi avrebbe mai rinuniciato agli introiti che derivavano dallo sfruttamento delle colonie? E' bastato inserire un intermediario politico locale che grazie alle tangenti manteneva il potere ed assicurava nlel contempo le transazioni commerciali estere con i migliori pagatori (di tangenti).

In ultima analisi, punterei la riflessione sulla vera ragione per la quale bisogna interessarsi a queste dinamiche corruttive e che è la seguente: se noi ammettiamo che le tangenti le si pagano per entrare in un mercato: ad esempio Telecom in Brasile primi anni 2000, se non ricordo male, o anche Eni in Nigeria, secondo l'articolo del FQ, allora bisogna anche ammettere che i responsabili delle grandi politiche energetiche ed industriali del nostro Paese non possono resistere a questa pressione. 

Tuttavia una certezza oramai acquisita va tenuta nella massima considerazione: oggigiorno, a differenza del vecchio mondo pre globalizzazione, la politica conto molto poco e controlla ancora meno le grandi strutture economico-industriali del Paese mentre il settore privato ha preso il sopravvento sul pubblico e quindi vi chiedo a favore di chi oggi si pagano e si prendono tangenti?


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