martedì 23 aprile 2019

Minaccia ibrida: Sri Lanka era nuova fase della guerra fredda.

A 10 anni dalla fine guerra civile, un'ondata senza precedenti di attacchi terroristici ha colpito lo Sri Lanka. Otto esplosioni hanno colpito durante i riti cristiani della Pasqua chiese e alberghi frequentati da stranieri nelle città di Colombo, Negombo, Kochchikade e Batticaloa. Ulteriori dispositivi esplosivi sono stati trovati anche vicino all'aeroporto internazionale di Colombo e in altre aree.

290 persone, si tratta ancora di stime, sono morte circa 500 ferite. I comunicati ufficiali riferisco di 31 stranieri deceduti e altri 14 dispersi.

Per la prima volta, lo Sri Lanka deve far fronte ad una continua minaccia portata dal terrorismo islamista alla propria incolumità interna mettendo, mettendo nel contempo a repentaglio il vitale settore turistico del Paese e gli importanti investimenti esteri indispensabili al mantenimento degli equilibri politici interni.

Nell’immediato è logico ritenere che questi attacchi porteranno al riacutizzarsi di tensioni collettive a causa dei pessimi rapporti tra i politici nazionalisti buddisti e la comunità islamica Tamil. Questa situazione, in prospettiva elettorale, favorirà senz’altro gli sfidanti dell'opposizione nelle elezioni nazionali di quest'anno, incluso l'ex presidente di lunga data Mahinda Rajapaksa a causa della evidente incapacità del governo di intervenire in relazione agli avvertimenti sul rischio di imminenti attacchi che comunque c’erano stati.

Il governo dello Sri Lanka ritiene che gli attentati siano stati pensati ed organizzati con la complicità di forze ostile all’attuale assetto governativo; pare che gli aggressori abbiano potuto contare su appoggi provenienti da gruppi transnazionali ancora non individuati. A supporto di questa ipotesi intervengono valutazioni oggettive connesse al grado di sofisticazione nella fabbricazione delle bombe che, sempre secondo il governo potrebbe essere connesso con l’operare di combattenti dello Sri Lanka di ritorno dai campi di battaglia in Iraq e in Siria; fonti ufficiali dello Sri Lanka parlano di 32 cittadini rientrati dopo essersi recati in Siria per unirsi allo Stato islamico.

Lo Sri Lanka ha una lunga storia di spaccature etniche e violenza intercomunali. Le maggiori tensioni coinvolgono i buddisti cingalesi  e ila minoranza  Tamil con una residuale  percentuale di popolazione musulmana intrappolata in questo complesso equilibrio. 

La comunità musulmana cingalese è stata perseguitata dalle Tigri Tamil durante la guerra civile costringendo molti musulmani ad espatriare in un primo tempo per fare ritorno dall'estero radicalizzatisi verso forme estremizzate di Islam. Anche il crescente peso del nazionalismo buddista dello Sri Lanka ha contribuito limitare l’azione della piccola comunità musulmana. In sostanza un governo dello Sri Lanka, con alle spalle decenni di contro-insurrezione, rappresenta senza dubbio un fattore limitante per la capacità operativa dei militanti jihadisti nel Paese.

Ma se così stanno le cose allora ci si deve interrogare sui fatti in argomento alzando lo sguardo per allargare il campo visivo ed analitico sull’orizzonte internazionale. Ancora una volta, appare subito chiaro che l’interesse dei grandi competitori internazionali USA-CINA possa fornire una ragionevole chiave di lettura per comprendere l’interesse esterno nell’agitare le acque del Paese.

USA e RPC hanno da tempo dato il via ad una nuova fase di quella Guerra Fredda che non è mai finita a differenza di quanto i più sono stati indotti a credere e lo Sri Lanka in questo ambito ha un ruolo pivotale negli equilibri dello scacchiere dell'oceano indiano e quindi della strategia cinese nell'area.  

Come accadeva in passato le forze che hanno un orizzonte mondiale devono necessariamente operare a tale livello contenendo la minaccia dei competitori anche attraverso azioni di forza preventive. Colpire un Paese strategico per il nemico equivale ad indebolirne la capacità offensiva. 

È sufficiente sul tema riflettere sul contrasto USA-URSS del secolo scorso: l’equilibrio stabilito a Yalta non è stato mai realmente messo in discussione preferendo scaricare le tensioni in giro per il mondo. L’Italia in questo senso rappresenta forse l’esempio più evidente con la sua storia del secondo dopoguerra che racconta di strategia della tensione, terrorismi e segreti di stato.

Lo Sri Lanka oggi fa esperienza di quella che definiamo, non ne siamo certo i teorici, Minaccia Ibrida. Trattandosi dell’evoluzione concettuale della vecchia dottrina del containement sposata dagli USA del 1946 per contrastare la potenza sovietica.

Minaccia ibrida in sostanza altro non è che la guerra con qualsiasi altro mezzo che non sia quello espressamente militare; disinformazione, attacchi cyber, sostegno a gruppi terroristici, guerra economica e commerciale sono solo alcune delle armi non convenzionali che rientrano nel suo ambito.

È chiaro che aver colpito le chiese ed i turisti è un messaggio all'occidente in senso lato, a quel coacervo di culture che hanno in comune la presunzione di dominio anche intellettuale sul mondo intero. 
Ma quel dominio te lo devi meritare con i fatti e ricordo a me stesso che la carta per scrivere l'hanno inventata i cinesi.

In tale quadro generale sottolineo, per necessità, il ruolo della criminalità organizzata che, anche nei casi degli attacchi terroristici, sebbene in tale ambito il suo ruolo sia ancillare rispetto alle organizzazione terroristiche, svolge un ruolo determinante nel portare specifiche minacce nel Paese in cui opera. 

Una volta le mafie erano per così dire espressione esclusiva delle società in cui operavano; da tempo non è più così. Esse ormai rappresentano delle holding internazionali che agiscono esattamente come una multinazionale, con gli stessi programmi e soprattutto con la stessa visione. 

La Minaccia ibrida oggi per l’Italia proviene da quelle che qualcuno definisce piccole mafie; sono piccole ma in salute e cresceranno dopate dalla legge del mercato. 

venerdì 19 aprile 2019

Guerra fredda in Salsa di soia: la Cina di oggi come la Russia di ieri.

Colgo l’occasione della pubblicazione dell’analisi di Venusia Salzillo sul memorandum commerciale d’intesa Italia Cina sul sito Geocrimeacademy, che, come denunciato con palmare evidenza dal nome, si interessa dello studio dei fenomeni criminali, comuni, eversivi e terroristici, per aggiungere alcune riflessioni relative al tema a noi caro della Minaccia Ibrida derivante dall’azione di forze straniere avverse al nostro Paese.

Un memorandum d’intesa altro non è che la condivisione programmatica di un progetto, in questo caso di natura commerciale, non vincolante tra le parti; il valore oggettivo dell’accordo, allo stato dell’arte, va ricercato nell’averlo presentato con tanta cerimoniosa ufficialità al mondo. 

Il nostro Paese, come del resto l’Unione europea, non ha una politica estera intellegibile, chiara e determinata; essa è ostaggio delle strutture di potere economico a partecipazione, sempre più minoritaria, statale; le grandi aziende una volta di Stato ed oggi tanto forti da essere autonome rispetto ai governi ed avere quindi forza e potere contrattuale assolutamente autonomi: un bene o un male?

La Cina oggi viene considerata rivale sistemico dell’occidente dimenticando ipocritamente che essa ha potuto assurgere a tale ruolo esclusivamente grazie alla volontà occidentale, che l’ha ammessa l’11 dicembre del 2001 nel consesso della Organizzazione Mondiale del Commercio WTO; in realtà la scelta è stata all’epoca oculata e dettata dalla necessità di scaricare in quella parte di Asia le tensioni economiche occidentali derivanti dal costo del lavoro ormai insostenibile da anni.

Ovviamente, e qui è il nocciolo dell’intera questione, si riteneva di poter gestire la Cina in proiezione futura sotto il profilo della potenziale minaccia per gli equilibri politici internazionali; ma è altresì ovvio che il Dragone, dalla storia millenaria è sempre bene tenerlo a mente, non avrebbe fatto la parte del fratello povero ben consapevole che prima o poi il cadavere del nemico sarebbe passato placidamente cullato dalle acque del fiume.

Ovviamente è Ipocrita l’Unione europea quando chiede all’Italia di allinearsi alle politiche economiche continentali che non esistono visto che ogni Paese, e non certo l’Italia per prima e in misura considerevole, ha rincorso la Cina ed il suo manifatturiero alla ricerca di favorevoli scambi commerciali per sanare conti di bilancio sempre più disastrosi.

Il tema centrale oggi non è economico, sebbene abbia un suo peso, è geopolitico e di potenza di dominio. Oggi che la Repubblica popolare cinese per fisiologiche dinamiche di sviluppo non può più limitarsi al ruolo di produttore a basso costo di merci vengono al pettine le questioni politiche e le relative paure.

Tutto il blocco occidentale, States in primo luogo, dopo essersi fatto penetrare da scambi economici per un ventennio si rende conto che è arrivato il momento di bloccare l’avanzata gialla. 

È evidente che la guerra fredda a livello mondiale non è mai finita dal quel discorso del 5 marzo 1946 al Westminster College di Fulton in Missouri USA di Sir. Winston Churchill: una cortina di ferro è scesa sull’Europa.

Dopo settant’anni siamo ancora qui a parlare di nemici sistemici dell’occidente, ieri l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, oggi la Repubblica Popolare Cinese. Sembra uno schema, un gioco del quale il mondo capitalista non può fare a meno.

Ieri temevamo la Santa madre Russia, oggi abbiamo paura del Dragone cinese in salsa di soia.

È comunque concreta la minaccia che la Cina rappresenta per i nostri sistemi politici economici e sociali; in Cina non si vota e i diritti dei lavoratori sono al di sotto degli standard occidentali. O meglio, lo erano, ed il bello della storia è che noi in occidente abbiamo abbassato i nostri mentre loro li stanno elevando: sarà questa la vera paura?

Ad ogni modo la minaccia è concreta e molto più subdola rispetto alla vecchia e cara paura degli epigoni di baffone; ne parleremo ancora.

martedì 16 aprile 2019

Master in Criminologia investigativa sulla devianza nello Stato di diritto: stato profondo, mafie e terrorismi.


GeocrimeAcademy in partenariato con l'università Nicolò Cusano presenta il master in Criminologia investigativa sulla  devianza nello Stato di diritto: stato profondo, mafie e terrorismi.

Il Master si propone di fornire allo studente gli strumenti cognitivi, propri dell'analisi criminologica e geopolitica dei fenomeni legati allo Stato Profondo ed alla Minaccia Ibrida, finalizzati alla formazione di un bagaglio composito di tecniche d'analisi fruibili per la comprensione dei fatti storici e di cronaca.  

link al bando

per ulteriori informazioni:  info@geocrimeacademy.com


Tramite l'approccio criminologico e criminalistico, si propone la lettura e l'interpretazione di alcuni dei momenti più importanti e tragici dello sviluppo della vita democratica del Paese, privilegiando le interconnessioni multidisciplinari, delineando un quadro generale dello sviluppo della società italiana assolutamente innovativo e spesso sorprendente. 

Il percorso formativo, attraverso lo studio sia sincronico che diacronico degli avvenimenti che hanno caratterizzato lo sviluppo dell'Italia sotto i profili storico, politico ed economico, consentirà allo studente di raggiungere la formazione di una propria capacitàanalitica attraverso l'acquisizione di modelli operativi propri dell'intelligence​. 

Il quadro complessivo dell'offerta formativa travalicherà la semplice acquisizione di terminologia, modelli e procedure d'analisi, dimostrando l'importanza di un approccio di natura olistica per la comprensione e la gestione della attuale congiuntura. 
Lo studente acquisirà e strutturerà, attraverso il lavoro dei docenti, una propria capacitàd'analisi su base criminologica e criminalistica fruibile nei settori delle scienze politiche, giuridiche, sociali e finanche economiche. 

L'approccio proposto garantisce infine lo sviluppo di una rinvigorita coscienza critica relativa alle dinamiche dei diversi poteri che più che mai interagiscono delineando i destini dei popoli. 
Tramite l'analisi di un percorso storico, letto nel contesto geopolitico coevo, partendo dalla fase pre-risorgimentale, determineremo la nascita e lo sviluppo della nazione e dello Stato italiano e le sue relazioni internazionali. 

Tramite la lettura ed interpretazione dell'evoluzione, o involuzione, degli strumenti giuridici, delle dinamiche economiche che hanno determinato la storia italiana dal secondo dopoguerra in avanti e delle sinergie, anche criminali, che ne hanno determinato o modificato l'esito arriveremo a motivare l'attuale situazione economica, politica ed internazionale del nostro paese. 
Acquisiremo le tecniche criminologiche e i mezzi di contrasto, tecnici e giuridici, alle forme di criminalità comune e terroristica. 

Procederemo ad una lettura critica, sulla base di specifici nodi gordiani, della cronaca italiana dall'unitàal secondo dopoguerra, alla strategia della tensione, ai vari casi singoli da Enrico Mattei ad Aldo Moro per giungere alle stragi del 1992/1993, al fine ultimo di determinare nello studente lo sviluppo, in prospettiva, di un'autonoma capacitàdi comprensione critica dei fatti.

Per l'iscrizione al Master è richiesto il possesso di almeno uno dei seguenti titoli:
  1. Laurea conseguita secondo gli ordinamenti didattici precedenti il decreto ministeriale 3 novembre 1999 n. 509;
  2. Lauree ai sensi del D.M. 509/99 e ai sensi del D.M. 270/2004;
  3. Lauree specialistiche ai sensi del D.M. 509/99 e lauree magistrali ai sensi del D.M. 270/2004;
I candidati in possesso di titolo di studio straniero non preventivamente dichiarato equipollente da parte di una autorità accademica italiana, potranno chiedere al Comitato Scientifico il riconoscimento del titolo ai soli limitati fini dell'iscrizione al Master. Il titolo di studio straniero dovrà essere corredato da traduzione ufficiale in lingua italiana, legalizzazione e dichiarazione di valore a cura delle Rappresentanze diplomatiche italiane nel Paese in cui il titolo è stato conseguito.
I candidati sono ammessi con riserva previo accertamento dei requisiti previsti dal bando.

I titoli di ammissione devono essere posseduti alla data di scadenza del termine utile per la presentazione per le domande di ammissione.

L'iscrizione al Master è incompatibile con altre iscrizioni a Corsi di laurea, master, Scuole di specializzazione e Dottorati.

domenica 20 gennaio 2019

Ecco spiegato come le Mafie si evolvono

La criminalità è un problema di sempre  maggiore attualità poiché ha riflessi diretti sulla sicurezza, reale e percepita, delle comunità nelle quali viviamo. Insieme al pericolo radicale islamista ed agli effetti provocati dalla molteplici attività insurrezionali in tutto il mondo, di criminalità si parla sempre più spesso anche in relazione ai legami che connettono i traffici illeciti alle fonti di finanziamento del terrorismo.

Tuttavia l’analisi dei fenomeni criminali è spesso confinata alla comprensione degli aspetti di natura repressiva, tralasciando completamente le dinamiche internazionali che determinano il successo o la scomparsa di organizzazioni criminali anche complesse.

Al contrario è utile comprendere le motivazioni che determinano l’evoluzione di questi fenomeni, soprattutto a connotazione transnanzionale poiché interagiscono con organizzazioni che operano in Paesi anche distanti migliaia di chilometri.
Per dimostrare quanto utile sia questo approccio partiamo dal domandarci come nasce una mafia:
* disagio sociale da squilibri economici;
* fattori contingenti di natura storica;
* corruzione;
* mancanza o insufficienza di Stato. 

Ed ecco quali sono le caratteristiche principali che connotano le mafie tradizionali italiane: 
  • un processo storico che ne ha determinato la nascita e lo sviluppo in ragione di elementi economici, politici e sociali;
  • l’uso eventuale della violenza; un sincretismo religioso (di natura culturale) che ha risvolti sotto il profilo rituale e quindi strutturale; 
  • lo sfruttamento della diaspora per l’acquisizione di un profilo internazionale; 
  • un’acquisita resilienza.

Queste considerazioni evidenziano le principali caratteristiche che contraddistinguono qualsiasi organizzazione criminale di tipo mafioso che, a differenza delle organizzazioni criminali semplici o comuni, hanno un ulteriore fine che ne caratterizza l’operato: durare nel tempo. E per poter durare nel tempo le mafie hanno bisogno di poter interagire, attraverso la corruzione, con centri d’interesse politici, economici o finanziari con i quali condividono interessi indifferentemente illeciti e leciti.

Una volta compresi questi passaggi obbligatori per qualsiasi organizzazione criminale evoluta di tipo mafioso, è possibile creare un modello concettuale di riferimento a cui ricorrere per valutare la pericolosità di qualsiasi organizzazione criminale.

Per confermare la validità di questo modello analitico di natura empirica ricorro all’analisi della presenza delle organizzazioni criminali nigeriane in territorio italiano datata e consolidata.

Le organizzazioni criminali nigeriane operano in Italia da molti anni privilegiando all’inizio esclusivamente lo sfruttamento ai fini sessuali dell’immigrazione clandestina di giovani nigeriane, entrando anche in conflitto con le organizzazioni criminali italiane, per poi, nel tempo, dedicarsi anche ad attività molto più remunerative come il traffico di sostanze stupefacenti.

Oggi possiamo dire che il declino delle organizzazioni criminali italiane di tipo mafioso, soprattutto in Sicilia e, in parte, in Campania ha consentito l’espansione e il radicamento della criminalità nigeriana con una forte presenza fisica in territori in passato di esclusivo appannaggio della mafia siciliana e della camorra napoletana. Un primo aspetto da sottolineare riguarda il declino delle organizzazioni criminali preesistenti, siciliane e campane,  essenzialmente legato a questi aspetti:
* crisi economica interna e prosciugamento di fondi statali per la realizzazione  e di opere pubbliche;
* sclerotizzazione dei fenomeni migratori e dei rapporti internazionali;
* uscita dai grandi circuiti criminali per cause storiche.

Quest’indebolimento è stato ulteriormente aggravato dalla contingente opera di repressione e contestuale perdita di coperture politiche dovuta alle nuove dinamiche interne alla situazione italiana.

L’insieme di queste dinamiche ha costretto le organizzazioni criminali, in particolari siciliane, a posizioni di difesa con un ritorno al lontano passato che si evidenzia dalla commissione di reati di basso profilo come l’usura o l’estorsione nell’ambito del territorio sotto il proprio controllo.
Sono finiti i tempi della spartizione degli appalti pubblici o delle grandi opere finanziate dallo stato e quindi sono finiti i fondi per l’accesso ai mercati internazionali del traffico degli stupefacenti.

Ed è grazie a quest’analisi che ci si può spiegare la forte presenza e documentata collaborazione di famiglie mafiose siciliane con la criminalità nigeriana in Sicilia nella città di Palermo in particolare. Le organizzazioni criminali nigeriane, grazie all’autorevolezza relazionale e presenza fisica in tutti i principali mercati illeciti internazionali, sfruttano la capacità di reperimento e approvvigionamento di qualsiasi tipo di sostanza stupefacente a cui un tempo le mafie italiane provvedevano in proprio. Si realizza così una forzata convivenza territoriale che però vede ancora, e perlomeno per il momento, in posizione egemone mafia siciliana e camorra rispetto alle organizzazioni nigeriane.

Come si comprende le organizzazioni mafiose altro non sono che una delle facce dello stato di salute interna e delle dinamiche storiche di ciascuna nazione. Il ricorso al modello concettuale proposto, derivante dall’analisi delle caratteristiche emerse dall’esperienza storica delle mafie italiane consente un approccio analitico, sebbene empirico, per la comprensione delle motivazioni che portano alla nascita, allo sviluppo e alla persistenza nel tempo di un’associazione criminale di tipo mafioso aprendo, ovviamente il dibattito alle misure e pratiche per il relativo contrasto.

venerdì 18 gennaio 2019

Geopolitica pragmatica o geopolitica delle emozioni?

“La luna cinese è rotonda quanto quella straniera”. Questo l’auspicio di Zhang Wenmu, professore ed esperto di strategia della sicurezza nazionale presso il Centro di Studi Strategici dell’Università dell’Aeronautica e Astronautica di Pechino, in un articolo tradotto da Limes, affinché la geopolitica cinese si affranchi dall’idea per cui “non si può aprir bocca senza menzionare l’Antica Grecia”. Chiaro riferimento ad un discorso di Mao del 1941 in cui si criticava l’eccessiva importanza data dai ricercatori marxisisti-leninisti alla storia occidentale, adombrando quella cinese. Lo studio della geopolitica in Cina, infatti, affonda radici lontane: molti i riferimenti alla “geografia storica” o alla “politica geografica” in opere che hanno rappresentato le fondamenta della moderna ricerca.

Lo studioso mette in luce quanto il rapporto tra geopolitica e politica delle risorse sia essenziale: l’esigenza, connaturata negli Stati, di garantirsi l’approvvigionamento e il controllo delle risorse può spingere gli stessi a travalicare il limite della propria forza e a inseguire tendenze egemoniche. Già Mao, nel 1937, sosteneva che “la strategia deve evitare allo Stato di trovarsi a combattere una battaglia che ne metta in pericolo l’esistenza”: la geopolitica, pertanto, non deve assurgere a strumento delle mire espansionistiche degli Stati. Esattamente come hanno teorizzato gli studiosi occidentali, da Mackinder ad Haushofer, da Kennan a Brzezinski, che, secondo Wenmu, hanno spinto i rispettivi paesi ad allargare, in modo spregiudicato, la propria sfera di influenza, decretandone, così, la fine.

Stessa sorte per quegli Stati il cui obiettivo strategico trascende le proprie effettive capacità e non consideri l’entità del nemico che si ha di fronte. La geopolitica come “filosofia sulla punta del coltello” impone precisi dettami: nessuna grande potenza può combattere su più fronti, pena la sconfitta. Ancora una volta le teorie occidentali si sono annunciate profezie nefaste: dopo la seconda guerra mondiale, il declino del Regno Unito, la separazione tra India e Pakistan, gli infelici interventi Usa in Corea e Vietnam.

Wenmu sottolinea, inoltre, come la componente terrestre di una potenza sia necessaria nella stessa misura di quella marittima: controllare un vasto territorio può influenzare una potenza marittima e viceversa. Nell’epoca moderna l’impero britannico era più potente di quello americano poiché dominava l’Oceano Indiano; allo stesso tempo, costituiva una seria minaccia anche per l’impero russo, nonostante quest’ultimo si configurasse come potenza terrestre. Secondo la teoria di azione e reazione, per cui la potenza egemone controlla anche la retroguardia continentale, si definisce il vantaggio che solo la Cina possiede, derivante dalla sua posizione geografica e da una buona capacità di reazione nei due oceani, Indiano e Pacifico.

Il passaggio più affascinante nell’articolo mostra come esista una proporzione naturale tra i tre poteri forti dell’Eurasia: Europa, Asia Centrale e Cina. Base del potere strategico. La legge della sezione aurea dimostra, infatti, che nell’area tra il 30° e il 60° di latitudine Nord possono coesistere solo 2,5 forze strategiche. Da ciò consegue inevitabilmente che una delle tre soccombe e si frammenta. Nei tempi antichi sullo scacchiere politico coesistevano l’impero romano, diversi imperi in Asia centrale e l’impero cinese. L’ Asia centrale fu schiacciata e divisa in tanti piccoli imperi: la proporzione tra le tre potenze era 1:0,5:1. Nel Medioevo, fu la volta dell’Europa che, con il crollo dell’impero romano, si frammentò e favorì l’espansione dell’impero arabo, poi di quello dell’Asia centrale. In questo periodo la proporzione era 0,5:1:1. Con la rivoluzione industriale si affermò la rinascita europea e gradualmente si indebolì la potenza islamica dell’Asia centrale compressa tra Europa, Cina e Russia: di nuovo la proporzione era 1:0,5:1. In epoca moderna e contemporanea il declino di uno tra Europa, Cina o Russia ha causato l’ascesa della potenza islamica in Asia centrale e l’espansione verso le aree dove c’era stato il collasso delle altre potenze. Evidenza storica di questo principio, le grandi ondate migratorie dirette in Europa e la crisi dell’Unione Europea a cui stiamo assistendo.

Questi esempi storici, dai tempi antichi a quelli più recenti, aiutano a comprendere le fasi di ascesa e di declino delle potenze nel continente asiatico e l’importanza della Cina come punto di equilibrio dell’Asia, come necessaria “premessa per una diplomazia matura”.

Sebbene l’approccio geopolitico di Wenmu pecchi di egocentrismo filosofico che ripone estrema fiducia nella ricomposizione dell’equilibrio strategico della Cina e nel grande risorgimento della nazione, va riconosciuto il valore di aver delineato una geopolitica che non si configura come strumento di strenua lotta per la sopravvivenza ma come analisi obiettiva di strategia e risorse, sottolineando, allo stesso tempo, il riposizionamento della Cina a livello globale, sotto il profilo economico e soprattutto militare. La crescente potenza navale e il futuristico progetto delle nuove vie della seta rischiano di configurarsi come una reale minaccia per la talassocrazia americana che, da più parti, sferra fendenti al fine di contenerne l’ascesa: attacca l’export, condanna il tentativo di falsa integrazione delle minoranze interne, gestisce alleanze con gli Stati costieri circostanti per il controllo dei mari (es. il Quad, accordo navale tra Usa, Australia, India e Giappone).

Si impongono, pertanto, a livello più generale, considerazioni sulla diversità di approccio tra Occidente e Oriente. Se quest’ultimo lo considera, in termini economicisti, un’analisi costi-benefici, attenta alle proprie capacità e alle proprie risorse e finalizzate a favorire il disegno di un impero sinocentrico, la strategia occidentale, in particolare quella americana, ha scelto sempre un approccio esuberante che ha avuto come obiettivo consolidare le proprie posizioni. Impedire, cioè, che una qualsiasi altra potenza potesse dominare regioni considerate strategiche, se non vitali. Si legge un sostrato di paura dell’”asse occidentale” nei confronti dell’impero della speranza: siamo di fronte ad un nuovo orizzonte metodologico? Per Dominique Moisi si. La sua “geopolitica delle emozioni” potrebbe fornire un’interpretazione originale. Lo studioso divide la storia politica in tre grandi aree accomunate da un sentire omogeneo: la cultura dell’umiliazione dei popoli dell’Islam e del Medio Oriente, dimenticati dalla storia; la cultura della speranza dei popoli dell’Asia che progettano un futuro di rinascita e la cultura della paura di europei ed americani, disorientati di fronte ad una crisi di identità che fa “temere l’invasione dell Altro”. Nel caso dell’Islam, si reagisce a frustrazioni precedenti con un nuovo attivismo che in alcun casi, però, può essere nichilista (attentati suicidi dei terroristi).

E ora, stringendo il cerchio intorno a casa nostra, nella partita geopolitica globale, che ruolo gioca l’Italia? Da un lato, siamo pressati dalla potenza americana che esige fedeltà in cambio di protezione e dall’Europa che ci impone stringenti vincoli e dall’altro, protesi verso la Cina, in vista delle opportunità economiche notevoli che il progetto della Belt and Road Initiative può portare. L’ambivalente diplomazia equilibrista, che da sempre ci contraddistingue, sarà messa a dura prova: l’Italia dovrà trovare la giusta formula politica per sperare di giocare un ruolo significativo. Un ruolo che non lo releghi sulla panchina delle opportunità mondiali ma sia capace di cogliere le sfide e non rimanere indietro.
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