lunedì 25 luglio 2016

Traffico di organi e terrorismo: se non paghi ti smembro e ti vendo a pezzi.


Il capo della banda sarebbe un giovane eritreo che dal nulla ha messo in piedi un’associazione criminale finalizzata al traffico (solo l’aiuto prestato per effettuare il viaggio) e tratta di esseri umani (sfruttamento vero e proprio del migrante sotto varie forme) che “facilitava” a seguito del pagamento di 1500/2500 euro, più spese ulteriori ed eventuali, il viaggio e l’illegale ingresso in Europa di cittadini somali ed eritrei.


L’indagine nasce dalla denuncia dei familiari di alcuni migranti terrorizzati dalle immagini del naufragio di un’imbarcazione di fortuna partita dalla Libia che non avrebbe mai raggiunto le coste siciliane primo approdo verso la ricca Europa continentale. 

Con le difficoltà connesse ad investigazioni che coinvolgono paesi lontani dagli standard occidentali e alle diverse lingue coinvolte, gli organi investigativi italiani sono riusciti ad accertare le responsabilità penali di questo sodalizio criminale individuandone i componenti.

Ora, sotto il profilo criminologico l’organizzazione si è rivelata tutto sommato abbastanza elementare nella sua forma: un capo, alcuni collaboratori ed una serie di contatti nei paesi di origine, Eritrea ed Etiopia, di transito Sudan e Libia, di passaggio, Palermo-Bari-Roma in Italia e in quelli destinazione Olanda e altri Paesi nordici. Il tutto messo in piedi esclusivamente grazie a due elementi determinanti: relazioni interpersonali e affidabilità.

Il traffico di esseri umani, ricordiamolo, è una forma di contrabbando e, come tutte le forme di contrabbando, ha successo se questi due elementi o precondizioni vengono soddisfatte. Il migrante dal canto suo deve avere denaro e pazienza nella speranza -mai certezza- di raggiungere la meta agognata. Ora il denaro può diventare un problema per gente misera, e spesso miserrima, ma a questo i trafficanti sanno come porre rimedio.

Il migrante è una fonte di guadagno e le organizzazioni criminali sanno come sfruttarlo a dovere e comunque in ogni caso; se non ha denaro contante a sufficienza può sempre prostituirsi, uomini o donne non fa differenza, lavorare per conto dell’organizzazione, come fanno ad esempio le ragazze nigeriane per anni sulle nostre strade, trasportare merci illecite per conto dell’organizzazione o anche, perchè no, vendersi, più o meno volontariamente un rene, un occhio o qualsiasi cosa abbia valore per un mercato globale.

Quest’aspetto è emerso anche nell’indagine su quest’organizzazione eritrea, ma anche in passato ricordo che durante le guerre balcaniche emerse addirittura una clinica dedita a questo genere di attività; quindi nulla di scandaloso, qualora qualcuno volesse far finta di non sapere.
Proprio ieri, ancora una volta, ma la notizia va ricercata perchè il suo valore mediatico è di scarso rilievo, sono stati rinvenute decine di corpi di migranti sulle spiagge della città libica di Sabratha vittime dell’ennesimo viaggio verso migliori condizioni di vita.

Per chiudere questo pezzo sulla tratta degli esseri umani, voglio sottolineare alcuni punti importanti nella lettura di questo fenomeno. L’organizzazione eritrea muoveva i migranti dai paesi di origine in Sudan e quindi verso la città di Kufra nel sud est libico, oasi criminale nel deserto in mano ad organizzazioni mafiose a base  per lo più tribale o clanica  che, nel recente passato, hanno saldato i propri interessi con elementi radicalizzati islamisti, con istanze locali ma affiliatesi al gruppo Stato Islamico, con reciproca soddisfazione e che controllavano la città costiera di Derna. 

Lo stesso perverso intreccio d’interessi terroristico/insorgenti è merso anche nella città di Sabratha prossima a Tripoli; criminali locali, per lo più contrabbandieri che Gheddafi tollerava e sfruttava a proprio vantaggio, controllano i territori e gestiscono le proprie attività scendendo a patti estemporanei con chi ne garantisce la futura sopravvivenza: le varie milizie radicalizzate che operano in tutta la Libia.


In sostanza il rene di un migrante eritreo finanzia il terrorismo radicale -e non solo in Libia- ma ovunque ci sia qualcuno disposto a farsi ridurre letteralmente a pezzi, o facendosi esplodere in un mercato afghano  o iracheno, o  ancora in un locale francese e da ultimo tedesco, fate voi.

venerdì 15 luglio 2016

Imparare a difendersi nell’era del terrorismo globalizzato


Ora, dopo l’ennesimo atto criminale consumato in Francia intendo proporre una semplice linee di condotta utile nella quotidianità che ci vede tutti protagonisti di una serie di azioni che ripetiamo inconsapevolmente, ma che proprio per questa natura possono esporci a spiacevoli situazioni: maggiore consapevolezza e attenzione sono oramai d’obbligo, piaccia o no. Lo Stato per logica non può difendere i cittadini da simili episodi.

Prima di tutto riflettiamo sulla circostanza che gli obbiettivi dei terroristi di norma hanno una natura militare o civile a seconda delle esigenze tattiche dell’organizzazione. Nel caso degli attentati  in Francia e Belgio è ovvio si è sempre trattato di obbiettivi civili, anche detti soft target; questi obbiettivi sono facilmente individuabili e possono essere colpiti senza ricorrere a complesse attività preparatorie.
Fatta questa specificazione possiamo quindi considerare che dal nostro punto di vista di cittadini siamo esposti, nello svolgere delle nostre attività quotidiane, a possibili azioni terroristiche allorché frequentiamo, per lavoro o per svago alberghi, aeroporti, stadi, discoteche o comunque luoghi di grande affluenza. 

Il nostro approccio psicologico in queste circostanze è basato e caratterizzato dalla routine che deriva dalla naturale e sedimentata ripetizione delle nostre azioni e del relativo abito mentale che ne deriva.
La routine è l’elemento da tenere nella massima considerazione poichè rappresenta il maggior pericolo per la nostra stessa vita nell’eventualità ci dovessimo trovare coinvolti in situazioni violente di natura criminale o terroristica.
Partiamo da un esempio pratico, anzi da una domanda, qual’è la situazione più pericolosa tra le due che propongo.  Mettiamoci nei panni dei componenti di una pattuglia, di una qualsiasi forza dell’ordine, alle prese con un normale servizio di controllo del territorio:
  1. effettuiamo un posto di blocco stradale su una provinciale di una zona di norma tranquilla, strade poco frequentate, una casistica di reati a bassa incidenza. Il nostro livello di attenzione all’ambiente circostante e finanche agli occupanti delle vetture che fermeremo sarà relativamente basso poichè non ci aspettiamo nulla di preoccupante;
  2. ora trasponiamo la medesima situazione operativa, lo stesso posto di blocco nel quartiere di Scampia a Napoli. Il nostro livello di attenzione sarà senz’altro differente: ci aspettiamo di dover fermare con un certo grado di probabilità persone armate o pregiudicate e comunque saremo estremamente attenti all’ambiente circostante.
Quale dele situazione sarà più pericolosa? Ovviamente la situazione a maggior rischio è la prima in quanto il nostro livello di attenzione sarà assolutamente inferiore rispetto al caso di Scampia esponendoci al pericolo derivante da una lenta e spesso tardiva reazione ad un eventuale minaccia.

Ecco questo è il meccanismo che determina le nostre azioni nelle situazioni classiche che potrebbero vederci coinvolti in un atto criminale o terroristico.

Quindi, una volta presa consapevolezza che la nostra tranquilla quotidianità, la nostra routine può, in un mondo che è cambiato, rappresentare un pericolo per la nostra incolumità dobbiamo assumere,  nelle circostanze di rischio anche relativo, un atteggiamento mentale diverso. Non c’è assolutamente bisogno né di armi né di particolari corsi di addestramento militare o di polizia (che comunque esistono) ma semplicemente di alcune semplici accortezze che passano dal modificare il nostro livello di attenzione all’ambiente che ci circonda allorquando ci troviamo a dover frequentare quali luoghi che, come detto sono i naturali obbiettivi di un certo tipo di terrorismo.

Dobbiamo imparare a passare da una situazione mentale di assoluta rilassatezza ad una vigilanza attiva crescente in ragione del luogo in cui ci troviamo.
Un esempio pratico che ci può aiutare a comprendere il meccanismo mentale che controlla la nostra soglia di attenzione è senz’altro questo: siamo alla guida della nostra autovettura in autostrada ad una velocità costante con condizioni tempo ottimali; ovviamente il viaggio sarà sereno e il nostro livello di attenzione può essere dimostrato dal fatto che al nostro arrivo avremo la sensazione di non esserci accorti del viaggio: non ne avremo memoria perchè la nostra attenzione sarà rivolta ad altri pensieri. 
Lo stesso non può dirsi allorché ci si trovi a dover affrontare una strada sconosciuta in quanto i nostri pensieri saranno concentrati esclusivamente sulla strada per evitare possibili pericoli.

Ecco, essere presenti a stessi; questa è la prima cosa da fare nel momento in cui siamo chiamati ad affrontare situazioni di routine come andare in discoteca o entrare in aeroporto per prendere un volo per lavoro o piacere.
Questo semplice stato mentale è in grado potenzialmente di salvare la nostra vita e quella di altre persone in caso ci si trovi ad affrontare situazioni di grave pericolo. 

Può sembrare una banale considerazione ma è proprio l’essere banale che la rende assolutamente vitale.
L’intervento reattivo di chi ieri sera ha fermato il pazzo responsabile della strage di Nizza si è sposato con la grande determinazione e un’altrettanto considerevole dose di coraggio che ha permesso di interrompere l’azione criminale.

Dobbiamo comprendere e accettare il fatto che la situazione internazionale ha oramai fatto saltare gli equilibri che avevano contribuito a normalizzare la nostra soglia di attenzione verso certi pericoli. Negli anni Settanta, noi europei, e più di altri noi italiani, e in particolare la mia generazione, abbiamo imparato a convivere con la paura non solo del terrorismo ma anche della violenza politica di strada adeguando i nostri comportamenti alle contingenze.
Dobbiamo purtroppo accettare di dover rivedere, non il nostro stile di vita,  errore che farebbe il gioco di chi sfrutta il terrorismo, ma più semplicemente la nostra soglia di attenzione in alcune circostanze della vita sociale. 

sabato 9 luglio 2016

I soldi sporchi dello Stato ISlamico e la capacità resiliente.


Continuiamo a parlare delle sconfitte militari del gruppo Stato ISlamico in varie aree della dorsale nera, dall'Indonesia al Marocco, eppure il gruppo Stato ISlamico continua con successo la sua opera di proselitismo e branding anche grazie ad un'ottima strategia comunicativa di propaganda. Certamente queste attività richiedono molti fondi e quindi è utile chiarire in che modo il gruppo Stato ISlamico riesca ancora a mantenere, nonostante tutti gli sforzi, un buon livello di fund raising.
Per chi ancora non se ne fosse reso conto i fatti contemporanei globali, con particolare riferimento a quanto accade nei territori in cui forte è la pressione insorgente (anche del tipo gruppo Stato ISlamico) interna, si devono analizzare su due piani differenti ma strettamente correlati: uno internazionale, relativo alle dinamiche geopolitiche degli stati nazionali alla ricerca di un nuovo assetto, e un secondo locale, connesso alla vita dei popoli. 
Il gruppo Stato ISlamico , come del resto la stragrande maggioranza dei movimenti insorgenti, da sempre nella storia, è bene sottolinearlo, è stato supportato, ed in parte ancora lo è da chi ha interesse alla sua esistenza per un proprio tornaconto. Sorvolo questa parte di natura geopolitica che porterebbe il discorso oltre il tema che desidero trattare, per mettere in evidenza, invece, la capacità acquisita dal gruppo Stato ISlamico di poter persino fare a meno dei finanziamenti da parte si sostenitori interessati attraverso lo sfruttamento di una serie di attività locali in maniere assolutamente criminosa e criminale. 
In tale quadro, il gruppo Stato ISlamico, sin dagli albori del proprio sviluppo, ha sfruttato la debolezza del governo iracheno nel controllare il territorio a nord per garantirsi una fonte di auto finanziamento attraverso lo sfruttamento delle raffinerie del greggio.
Ovviamente quest'attività è oggetto di attenzione da parte delle forze coalizzatesi nel contrasto del gruppo Stato ISlamico che periodicamente, con appositi interventi di tipo  militare, tenta di ridurre la capacità produttiva dei siti petroliferi controllati dal gruppo Stato ISlamico. Tuttavia, a dispetto della evidente sperequazione delle forze in campo, quest'attività è ancora fiorente poichè le sue radici sono connesse ai territori.
Il gruppo Stato ISlamico è ancora in grado di controllare decine, se non centinaia di raffinerie rudimentali di natura temporanea che necessitano di una struttura logistica di base e che possono essere agevolmente rimpiazzate nell'arco di breve tempo. Inoltre, per nulla trascurabile è il fatto oggettivo che il gruppo Stati ISlamico non gestisce direttamente questi siti ma si affida con reciproca soddisfazione con le tribù locali che da sempre hanno svolto questa stessa attività. Il commercio illegale, il contrabbando di greggio, è un fatto consolidato in questi territori e mette ancora una volta in risalto il connubio interessato che connette la criminalità locale al fenomeno insorgente, in questo caso nelle vesti del gruppo Stato ISlamico.
In questo senso, il gruppo  Stato ISlamico si limita a -concedere in licenza- lo sfruttamento del sito ai locali in cambio di quello che noi chiameremmo pizzo. E' chiaro che quindi bombardare questi siti diminuisce, temporaneamente le potenzialità finanziarie del gruppo Stato ISlamico, con l'effetto collaterale e dirompente di colpire direttamente le comunità tribali locali.
Ora è chiaro che per influire seriamente su questa fonte di finanziamento del gruppo Stato ISlamico bisogna intervenire dall'altro capo della matassa andando a colpire gli acquirenti del greggio contrabbandato; e qui si mette in evidenza ancora volta l'ipocrisia occidentale poichè quel petrolio per la maggior parte finisce per essere inviato sui mercati occidentali e, per ulteriore paradosso, verso lo stesso mercato interno iracheno a consumo di chi combatte il gruppo Stato ISlamico.
Si stima che dopo circa un triennio dalla proclamazione del califfato la potenza produttiva del gruppo Stato ISlamico in Iraq sia diminuita di circa un terzo: è un fallimento delle politiche di contrasto che dimostra la forza reale delle dinamiche locali e internazionali che generano la resilienza del gruppo Stato ISlamico.
Ma è anche e forse soprattutto un fallimento di chi questi temi affronta marginalmente senza alcuna seria riflessione soprattutto autocritica.



domenica 3 luglio 2016

Operazione Meosoamerica: traffico d’esseri umani chirurgia plastica e kamikaze.


Diverse forze di polizia appartenenti a Paesi centro americani, Honduras e Guatemala in particolare, hanno concluso un’indagine sulla tratta e sul traffico degli esseri umani che ha messo in luce l’esistenza di un mercato per lo sfruttamento delle migrazioni che connette Asia e Americhe.

L’indagine, nella sua dinamica operativa, ha consentito d’individuare un’organizzazione criminale transnazionale che agevolava, in tutte le fasi, il trasferimento illegale di migranti da Paesi asiatici negli Stati Uniti d’America attraverso la capitale del Qatar, il Brasile, i Paesi centroamericani, il Messico e quindi gli U.S.A.. Il costo del viaggio, come sempre in questo genere di servizi illeciti, dipendeva dalle difficoltà che potevano, di volta in volta, sorgere nel lungo tragitto. Ovviamente l’organizzazione centro americana si avvaleva dei contatti nei Paesi di origine e in quelli di transito per assicurare lo svolgimento del viaggio e ottenere i dividendi connessi.

Siamo senz’altro oramai avvezzi a notizie de genere in relazione ai fatti di cronaca che interessano direttamente il nostro Paese e che ci parlano stancamente di come questi viaggi delle speranza siano organizzati e gestiti dalla criminalità organizzata.

Quindi, in ragione di ciò la riflessione che voglio proporre all’attenzione del lettore parte dalla considerazione che quello delle migrazioni è un fenomeno globale impossibile da gestire con le politiche e pratiche oggi prescelte a livello internazionale. 
Nella mia mezza età, allorquando per motivi di lavoro o di piacere mi trovo a dover organizzare e gestire un viaggio, anche breve, l’esigenza primaria che mi attanaglia è quella di viaggiare comodo, sereno e rilassato; e nonostante tutto basta un ritardo di una mezz’ora in uno scalo, un taxi che si attarda nel traffico per vanificare ogni mio proposito di agiata rilassatezza. 
La riflessione che segue questa personale confessione, di certo comune alla maggior parte di noi, riguarda la forza inimmaginabile che spinge i migranti ad affrontare qualsiasi pericolo, qualsiasi difficoltà, qualsiasi ricatto nell’assoluta e rassegnata consapevolezza, con l’unica intenzione: cambiare la propria vita. Chiediamoci perchè.

Perchè le persone si fanno esplodere dilaniando il proprio corpo quando altri fanno di  tutto per preservarlo nella maniera più effimera e contro natura?


Ecco migranti e terroristi kamikaze: sarà forse il caso di iniziare a ragionare seriamente su questi fatti?

domenica 19 giugno 2016

La nostra arma di difesa da criminali e terroristi: la consapevolezza.


Consapevolezza, questa è l’arma di cui oggi disponiamo quale concreto strumento di autodifesa nell’affrontare le minacce di un mondo sempre più ostile nel quale ci immergiamo per svolgere le azioni della nostra vita quotidiana.
Il mondo subisce un costante processo evolutivo che spesso ci trova impreparati poichè non siamo per indole propensi a seguirne il ritmo. Per intima natura viviamo nel nostro ecosistema quotidiano che costruiamo attraverso le nostre abitudini quale frutto dei cambiamenti esterni che tentiamo di governare. 

Questo processo, tuttavia, presenta un lato oscuro e pericoloso che non ci mette al riparo da eventi imprevedibili ai quali non siamo pronti a reagire poichè lontani dal nostro  rassicurante e comodo abito mentale. Questo lato oscuro è rappresentato, appunto, dagli effetti collaterali prodotti sulla pacifica convivenza dai processi evolutivi mondiali. Effetti collaterali che possono essere sintetizzati per chiarezza nei fenomeni sempre più diffusi di criminalità organizzata e terrorismo. Su queste pagine ho già rappresentato come il nostro vivere quotidiano sia oggi influenzato, in relazione allo stato attuale delle dinamiche geopolitiche internazionali, dalla I guerra mondiale permanente.

Tanto premesso, è utile riflettere sul fatto che, come dimostrato empiricamente dalle cronache quotidiane a qualsiasi latitudine, lo Stato quale entità alla quale devolviamo la nostra sicurezza non è in grado di proteggerci dalle minacce contemporanee sempre più diffuse. 
E’ in tale quadro che siamo chiamati a fare la nostra parte attraverso l’acquisizione di un abito mentale adattato agli effetti prodotti dai processi evolutivi del mondo contemporaneo. 
Questo abito mentale può essere acquisito senza ricorrere a tecniche specifiche, che comunque esistono e sono senz’altro fruibili ed utili,  ma semplicemente iniziando a prendere coscienza che chiunque può essere vittima di eventi irrazionali di natura criminale e terroristica.

Quando il terrorismo contemporaneo ha fatto il suo ingresso nella società occidentale degli anni Sessanta e in prevalenza collegato al conflitto arabo-israeliano, gli obbiettivi erano per lo più collegati direttamente ai centri di potere degli stati; con il tempo si è passati a target più soft come i dirottamenti aerei, facili da realizzare e paganti sotto il profilo dell’effetto voluto di destabilizzare gli stati in ragione della conseguente pressione su di essi della comunità civile. Da allora ad oggi gli obiettivi dei terroristi, così come le capacità dei criminali comuni, so cambiati evolvendosi; siamo passati ad attacchi che colpiscono le aree d’attesa degli aeroporti come conseguenza dei maggiori controlli agli imbarchi; è cambiato l’uso degli aeromobili che sono stati tramutati in missili teleguidati come nel caso delle Torri Gemelle; abbiamo migliorato la sicurezza negli alberghi a causa degli attentati partiti persino dalle spiagge dei resorts. Insomma ci adattiamo alle nuove minacce reagendo ad esse, ma questo non basta perchè criminali e terroristi troveranno sempre il modo per raggiungere i propri obiettivi.
Questa grafica sintetizza al massimo il ciclo di ogni attività criminale. 

La consapevolezza che il mondo che ci circonda è sempre più pericoloso funge da catalizzare per il processo di costruzione di una nuova attitudine che singolarmente possiamo acquisire. 
Anch’io posso essere coinvolto in un fatto di natura criminale o terroristica nella mia vita quotidiana è senz’altro il primo mattone di questa costruzione mentale. 

Questi primi due passi: consapevolezza della minaccia e accettazione della possibilità che  possa colpirci fungono da viatico per le ulteriori riflessioni sul tema che si focalizzeranno sulla gestione del nostro rapporto con queste minacce nella vita di ogni giorno.

martedì 14 giugno 2016

L'errata prospettiva d'analisi sui terroristi fatti in casa.


In pochi giorni, e in luoghi diversi, U.S.A. e Francia, siamo  costretti, con rammarico e disappunto, a registrare ed aggiungere altre vittime innocenti alla lista dei caduti civili in nome dello Stato Islamico.
Tuttavia, il quadro complessivo della vulgata mediatica induce ad alcune riflessioni.
La prima è che oramai è veramente difficile continuare ad assolvere le forze di polizia francesi per i fatti che in quel Paese accadono. 
Tralasciando la pessima organizzazione dell'evento calcistico, che ha messo in evidenza una pochezza analitica e previsionale alla luce di quanto va accadendo in Europa in termini di xenofobia (sembra di essere tornati all'ottocento continentale), era pronosticabile non la semplice possibilità ma la probabilità che  scontri violenti tra  tifoserie si sarebbero potuti verificare, mi soffermerei sull'omicidio di ieri senza parlare dei particolari di mera cronaca. 

Ma dico: non è ancora chiaro il normotipo ed il quadro complessivo del terrorista nato e cresciuto all'interno nelle società occidentali? Fino ad oggi si è trattato -sempre- di giovani maschi, disadattati, senza speranza nel futuro e con precedenti penali di piccola criminalità; è evidente la disperazione che muove le azioni di queste figure che altra soluzione ai propri demoni non riescono a concepire se non quella di annientare gli altri e sé stessi. 

Nel contempo è perfettamente in linea con il profilo psicologico di queste persone rivendicare l'adesione al gruppo Stato Islamico che risponde al naturale bisogno di appartenenza, dinamica psicologica tipica dei soggetti deboli e dell'essere umano in generale. Nell'appartenenza ci sentiamo qualcosa e qualcuno in questo mondo e diamo un senso alle nostre azioni: chi iscrivendosi alla massoneria, chi attraverso il tifo per la squadra del cuore, chi prestando giuramento rituale di fedeltà alle sette mafiose. E' umano poichè vuole dare a propri gesti soprattutto -estremi e disperati- un significato che non hanno. Solo distruzione, auto-annientamento e morte.

Dal canto suo è logico che il gruppo Stato Islamico sfrutti queste occasioni per riportarsi all'attenzione dei media, e quindi del mondo, perpetuando un'immagine virtuale di forza ed onnipotenza a costo zero che in realtà non ha affatto. 

Al contrario, non è in alcun modo ancora giustificabile e tollerabile l'incapacità d'elaborazione di pratiche di contrasto nei confronti di un nemico interno così evidente nei suoi connotati e altrettanto scontato nelle dinamiche. La Francia ha rinvigorito gli sforzi militari in Siria e Iraq contro lo Stato Islamico; questa scelta è chiaramente, spero, dettata dalla necessità strategica di fermare in loco i combattenti che in futuro potrebbero trasformarsi in reduci estremamente pericolosi poichè radicalizzati, addestrati e quindi muniti d'esperienza  pratica, (tema quest'ultimo da analizzare ed affrontare da tutti i Paesi europei in prospettiva) ben fatto, ma come si vede, non basta. 
Una buona notizia tuttavia va segnalata: lo Stato Islamico è debole se deve accontentarsi di rivendicare l'operato di poveri disperati in cerca di una identità perduta: evitiamo di crearne di nuovi e impariamo a contenere il fenomeno. 

domenica 12 giugno 2016

Da Falluja a Sirte: nulla di nuovo sul fronte Stato Islamico da oriente ad occidente.


Ebbene i primi ad arrivare a Sirte, e occuparla liberandola dalle così dette forze dello Stato Islamico, sono state le milizie che si riconoscono nell’operato del governo, voluto, creato e supportato dalla comunità internazionale, che ha la sua sede a Tripoli. 
Alcuni analisti prevedono che questa vittoria sullo Stato Islamico in Libia porti alla nascita di un esercito nazionale libico frutto dell’unione con le forze armate del generale Haftar acquartierate Tobruk: vedremo.

Personalmente ritengo che quest’eventualità sia direttamente connessa ad altri meccanismi che prescindono dalla pseudo vittoria di Sirte sullo Stato Islamico in Libia e siano direttamente connessi ad un eventuale accordo delle forze di Cirenaica e Tripolitania sulla gestione della Compagnia Nazionale Petrolifera e sull’Autorità d’Investimento Libica; partita che si gioca  al di fuori dei confini libici.

In relazione ai fatti sul campo di Sirte, lo Stato Islamico nasce in Iraq con una strategia ben precisa che ho in precedenza delineato anche su queste pagine sfruttando non la propria forza ma soprattutto le debolezze altrui. Che Lo Stato libico non esista è palese, che ci sia la gran voglia di separatismo tra le principali macro aree anche, e soprattutto che si sia intervenuti militarmente senza un progetto di costruzione di uno stato nel dopo Gheddafi è altrettanto chiaro. 
Che sia chiaro:non è che non si sapesse cosa sarebbe accaduto, al contrario si tratta di una strategia vecchia come il mondo: divide et impera. Nella contemporaneità è dalla guerra di liberazione afgana in poi che questo sia l'approccio geostrategico e politico scelto, non solo in occidente, quale evoluzione delle pratiche novecentesche già post-coloniali. I vari satrapi di cui ci si è serviti a lungo per controllare queste regioni sono stati abbattuti con lo scopo di indebolire quei territori nell’idea che tutto sommato nel mondo globalizzato è meglio avere tante piccole guerre piuttosto che rischiarne più d'una di grandi dimensioni deleterie per gli affari.

Ora è chiaro che a fare le spese di questa politica siano i vari Paesi interessati, ma c’è un effetto preoccupante effetto collaterale che deve essere individuato nelle diverse istanze d’insorgenza, come quella dello Stato Islamico, che nascono dal basso delle comunità locali allorquando queste non trovano gratificazione alle rispettive esigenze nella costruzione  politica nelle rispettive aree. 
Così nasce e si alimenta da un lato l’insorgenza e dall’altro, quale conseguenza tattica, il terrorismo internazionale.

La vittoria di Sirte sullo Stato Islamico in Libia non si può considerare neanche una una vittoria di Pirro ma semplicemente un episodio in una guerra che travalica le frontiere dall’Asia fino alle Colonne d’Ercole e che si combatte per logoramento. 
I miliziani del gruppo Stato Islamico da sempre combattono in questo modo:
  • infiltrazione della società target;
  • alleanze tattiche locali;
  • acquisizione del territorio urbano e delle vie di comunicazione;
  • consolidamento economico grazie alle attività criminali ed illegali in compartecipazione con la criminalità organizzata comune;
  • accoglimento di combattenti provenienti da altre organizzazioni insorgenti (che così fanno pratica e teoria al contempo in un campo di guerra) e in minor parte di foreign fighters;
  • sfruttamento degli appoggi interessati da parte di Paesi esteri che usano lo Stato Islamico per i propri interessi nazionali.
Sotto il profilo militare:
  • messa in sicurezza dei territori sotto il diretto controllo;
  • posizionamento di cariche esplosive nei principali siti urbani;
  • impiego della popolazione inerme quale scudo umano per un’eventuale ritirata;
  • limitazione del confronto in campo aperto con le forze di reazione e ricorso al sistematico ripiegamento.
Ecco cosa è accaduto anche a Sirte ieri, accade a Falluja in questi giorni, e senz'altro domani a Mosul o Raqqa.
Questa è la semplice tattica insorgente dello Stato Islamico, degli Shaabab somali, di Boko Haram nel nord-est della Nigeria, solo per citare quelli mediaticamente più visibili.

A questo punto quali dinamiche si innescheranno? Nulla di diverso da quanto l'analisi del comportamento dello Stato Islamico ci insegna: si ritira, lasciando sul campo centinaia di morti, per lo più civili, e migliaia di profughi, nell'attesa che le acque si calmino e le forze di reazioni si ritirino a loro volta tornando a lasciare libero il campo. I talebani afghani si sono nuovamente insediati in Afghanistan con la benedizione, pare ed è  notizia di ieri, del leader di al-Qaeda al Zawahiri. 

O si cambia registro o negli anni a venire questi fenomeni non saranno più gestibili  anche a causa delle dinamiche demografiche e  climatiche, con i relativi effetti della desertificazione di imponenti territori, che causeranno l'incremento di un processo migratorio figlio dell'antropologica necessità di sopravvivere.



sabato 11 giugno 2016

La sicurezza nazionale non è solo terrorismo e migranti.




Se qualcuno vi chiedesse quali sono le minacce che ad oggi possono rivelarsi le più pericolose per l’Italia, di certo la maggior parte non avrebbe difficoltà a rispondere “terrorismo islamico” o “questione migratoria”, ma forse a pochi verrebbe in mente che la sicurezza del nostro Paese passa anche attraverso aspetti decisamente più nascosti. Secondo la Relazione sulla sicurezza della Repubblica del 2015, presentata anche quest’anno a febbraio al Parlamento come previsto, le questioni degne di attenzione sono anche altre, a cominciare dal presidio del sistema Paese e dalla strumentalizzazione del disagio sociale.
Per quanto riguarda i primi due aspetti, ovvero terrorismo ed esodo migratorio, si è ampiamente trattato in altre occasioni e molto ancora se ne tratterà; in questa sede, invece, abbiamo scelto di concentrarci proprio sul presidio del sistema Paese e sulle strumentalizzazioni del disagio sociale, sicuramente all’apparenza meno impattanti rispetto ad alcune minacce come quelle legate al terrorismo e purtuttavia non meno pericolose per la nostra Homeland Security.
Ma cosa si intende per presidio del sistema Paese? Esso riguarda quello che è generalmente (e altrettanto vagamente) definito come la difesa dell’interesse nazionale, ovvero la tutela di tutti quegli asset,  investimenti e infrastrutture che risultano essenziali per la sicurezza dell’Italia e per il suo posizionamento sullo scacchiere internazionale. Nel Rapporto 2015 vengono messi in luce le priorità economico-finanziarie, le vulnerabilità del sistema bancario e finanziario, la competitività e lo spionaggio industriale, le problematiche riguardanti la sicurezza energetica (in particolare viene affrontato il problema delle fonti di approvvigionamento e delle reti infrastrutturali), le economie illegali e l’evasione fiscale e, in ultimo, la pervasione della criminalità organizzata nel tessuto socio-economico del sistema Paese.
Per quanto riguarda la strumentalizzazione del disagio sociale, il Rapporto lo definisce come “i fermenti antagonisti e le dinamiche proprie degli ambienti eversivi”. In particolare sono richiamate alcune azioni attribuibili a quella che viene definita  la sinistra antagonista: la campagna contro l’EXPO, la mobilitazione anticrisi (con particolare riferimento ai temi del welfare, del lavoro e della rivendicazioni dei diritti), l’emergenza abitativa, l’antieuropeismo, le proteste di stampo ambientalista (tra cui rientrano la questione della TAV e la problematica delle trivellazioni in mare) e infine la ripresa dell’attivismo antimilitarista. Vi è poli la problematica riguardante l’eversione anarco-insurrezionalista,  (FAI - Federazione Anarchica Informale e FRI - Fronte Rivoluzionario Internazionale), l’estremismo marxista-leninista  e la destra radicale.
Inoltre, l’intero Rapporto è disseminato di focus tematici (chiamati Box), veri e propri riquadri nei quali vengono approfonditi temi specifici, come per esempio le mafie nazionali, l’origine dell’IS, il Jihad, la pirateria, la crisi ucraina, il cyberspazio e molti altri. Per finire, vi è una sintesi degli scenari e delle tendenze probabili riguardo alla sicurezza nazionale alla luce di quanto emerge dal Rapporto stesso.
L’intelligence oggi ha sicuramente un atteggiamento molto più aperto e trasparente verso la società civile (ne sono testimonianza i recenti tentativi di sinergie con il mondo accademico) ed è anche grazie al nuovo Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica che abbiamo la possibilità di apprendere con maggiore facilità quali sono gli ambiti prioritari per l’interesse nazionale. Perché in fondo la sicurezza della nostra Repubblica dipende anche un po’ dalla consapevolezza dei suoi cittadini, dalla consapevolezza di ciascuno di noi. 
Pierfrancesco Miccio
Analista presso Geocrime Education Association 

giovedì 2 giugno 2016

Il canto degli Italiani


Emilio Morosini, 18 anni, Goffredo Mameli, 22 anni; patrioti italiani e prime vittime della nostra Repubblica. Certo di quella Romana del '49 eppure di repubblica nel senso che dopo un secolo abbiamo finalmente avuto la forza costituente di creare. L'Assemblea Costituente il momento più alto dello sforzo degli italiani teso a dar vita ad un Paese diverso, nato dalle ceneri di un periodo inglorioso sotto tutti i punti di vista, dei vinti e anche dei vincitori. Due ragazzi che sublimano la propria giovinezza rinunciando ad essa per un'idea, la loro ma anche la mia. 
Scriveva Giuseppe Mazzini al popolo di Roma al termine del breve periodo di vita, cinque mesi, della Repubblica Romana:
"...In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia..."
Nell'odierna ricorrenza come non tornare a quei ragazzi che tra mille altri hanno creduto, prima e dopo, a quest'idea: l'italianità.
Nel secondo dopoguerra che cosa ha portato il benessere in Italia: i soldi del piano d'aiuti americano? Le politiche economiche illuminate? I piani della grande industria? Nient'affatto, queste sono mere contingenze: il benessere degli anni Cinquanta e Sessanta, che ancora oggi, nonostante tutto, e seppur con pallidi riflessi, esprime i suoi effetti positivi, è frutto dei sogni della gente, dell’unità popolare, del lavoro degli italiani, della voglia di riscatto e rinascita in un'epifania collettiva.
Questo Paese da molto tempo deve decidere in quale futuro sperare. Appunto sperare, ossia a cui tendere con energia positiva e vitale; lo scoramento generale ancora latente deve essere esorcizzato in nuova linfa rigeneratrice. Per far in modo che ciò accada non servono rivolte di piazza ma più sensatamente la ridefinizione di cosa vuol dire essere italiani, di cosa vuol dire essere portatori di una identità millenaria produttrice di cultura, di cosa vuol dire avere le capacità per risorgere ancora una volta in omaggio a quei ragazzi, ai ragazzi come Emilio Morosini e Goffredo Mameli.
Questo Paese, la nostra Patria, ha bisogno solo di tornare a guardare il presente con gli occhi di quei ragazzi o non avrà futuro.
Viva l'Italia!

antonio de bonis
Founder e Presidente  di  Geocrime Education Association

domenica 29 maggio 2016

Italia in Libia: dalla distruzione alla costruzione.




E’ giunto il momento che io affidi a queste pagine alcune riflessioni sul dibattito che Geocrime Education Association ha avuto la forza e il piacere di organizzare con il prezioso sostegno, concretamente testimoniato con la sua stessa partecipazione, dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata il 25 maggio presso la prestigiosa sede del rettorato dell’Università Sapienza di Roma.
Un senso di ringraziamento tanto doveroso quanto più sentito è rivolto  ai relatori che hanno speso parte del rispettivo tempo al fine di fornire il proprio contributo di studiosi e la propria diretta esperienza  a quest’incontro alimentandone lo spirito costruttivo teso si alla conoscenza ma soprattutto alla consapevolezza di quale possibile futuro è auspicabile per la Libia e quale ruolo potrà assumere in tale quadro l’Italia.
In relazione alla valutazione del dibattito mi rimetto senz’altro alla registrazione integrale dei lavori disponibile, grazie alla sempre meritoria attività di testimonianza fornita da Radio Radicale che ringrazio da cittadino prima che da presidente di GEA, a questo link.
Assumendo ora il ruolo che più mi appartiene, e nel quale mi sento a maggior agio, quello di studioso e ricercatore di fenomeni criminali ho rilevato con piacere un sincero interesse e in parte un certo stupore in reazione al messaggio che ho voluto affidare al mio intervento in qualità di relatore: la criminalità organizzata e il terrorismo devono essere affrontati concettualmente e combattuti praticamente come un unico problema che affligge un sempre crescente numero di Paesi deboli, sull’orlo del disgregamento o già non più in grado di rispettare il patto sociale che ne determina l’essenza e relativa esistenza.
Dal dibattito generale, nazionale ed internazionale, emerge chiaramente un approccio ancora di tipo novecentesco a questi temi che si fonda sulla forse ingenua convinzione che i processi di pace debbano, non possano, avere un andamento verticale: dal più forte, la comunità internazionale, al più debole, il paese in crisi. Quest’approccio aveva un senso e capacità effettiva nel mondo del Ventesimo secolo ma oggi come dimostrano l’esperienza dell’Algeria degli Novanta, dell’Afganistan, dell’Iraq, della Siria e da ultimo dell’Egitto non regge più all’impatto con processi che quel mondo hanno cambiato. Henry Kissinger, nel suo libro, Ordine Mondiale, scrive che: “la nostra epoca è alla ricerca, a volte quasi disperata, di un’idea di un ordine mondiale. Il caos incombe minaccioso, accompagnandosi con un’interdipendenza senza precedenti: nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nella disintegrazione degli Stati, nell’impatto delle devastazioni ambientali, nel persistere delle pratiche genocide e nella diffusione delle nuove tecnologie, che rischiano di spingere il conflitto al di fuori del controllo o della comprensione dell’uomo”.
Ai consolidati e utili meccanismi internazionali devono essere associati nuovi approcci nell’affrontare crisi come quella libica. La pressione che su quel territorio esercitano istanze locali per natura frammentate e fortemente connotate da interessi criminali e di potere è tale da rompere con il tempo qualsiasi architettura istituzionale basata su accordi voluti dall’esterno. In sostanza o si ha la forza d’esercitare una tale violenza da costringere le parti in causa a sottostare agli eventuali impegni presi o si deve disinnescare quel meccanismo che ne alimenta la componente estrema che trova linfa vitale nel flusso di attività criminali e surrettiziamente insorgenti spesso a connotazione religiosa finalizzate esclusivamente all’acquisizione del potere.  
A causa delle contingenze storiche è evidente che il primo approccio da solo è oramai insufficiente e deve essere accompagnato e supportato da politiche internazionali che mortifichino la vitalità delle organizzazioni criminali-insorgenti-terroristiche. I temi del futuro in chiave di sicurezza vanno individuati negli squilibri demografici e climatici per i quali qualcosa è possibile fare, mentre per il contrasto al nuovo ibrido criminale che sostanzia i rapporti criminali e terroristici qualcosa è imperativo fare.
Nel concludere, affrontando questo tema e avendo ascoltato gli interventi dei signori relatori, non riesco a non tornare alla mente al processo unitario del nostro Paese ossia al rapporto nord - sud. Lo storico Pasquale Villari parlando di questo rapporto problematico, con specifico sguardo alle mafie, avvertì: se non sarete voi ad assimilare noi, saremo noi invadere voi; e mi sembra che le cronache quotidiane italiane parlino orami di una corruzione largamente diffusa eletta a costume. 
Una evoluzione in questo senso deve essere assolutamente evitata partendo dalla soluzione della questione libica affinché non rappresenti l’inizio di un processo di dimensioni continentali con riflessi anche geopolitici che investirebbero per logica il nostro Paese.

antonio de bonis
criminologo e presidente di Geocrime Education Association