sabato 8 dicembre 2018

A che punto siamo con la lotta al terrorismo islamico di matrice radicale?

Come colpire il dematerializzato Stato Islamico. Estremismo, radicalizzazione e traffici illeciti.

Questo il tema della conferenza organizzata il 6 dicembre in Roma dal Nato Defence Foundation College.

Secondo il concept paper la conferenza rientrava nella riflessione scientifica, avviata dal 2016 e strutturatasi in diversi incontri internazionali sul tema in argomento.

La guerra contro il terrorismo è un concetto politico e strategico che ha consentito di ridurre le forze terroristiche operanti sotto la bandiera di Al Qaeda e dello Stato Islamico, e contribuito ad amplificare, piuttosto che mitigare, le tensioni in diverse aree geografiche e specialmente nelle regioni del Golfo e del Medio Oriente. 
 
I suoi evidenti limiti sono emersi in Afghanistan, nonché in Iraq e in Somalia, sebbene, quale effetto positivo, abbia permesso la distruzione dell'entità territoriale del califfato dello Stato islamico tra Siria e Iraq. DAESH, dal canto suo, ha dimostrato, tra l’altro, l’obsolescenza storica del vecchio ordine regionale risalente agli accordi Sykes Picot. 

Con questa premessa è quindi d’interesse rilevare, e mettere in giusta evidenza, i concetti fondamentali che hanno caratterizzato l’iniziativa del Nato Defence Foundation College.

In particolare Peter Neumann, Director, International Centre for the Study of Radicalisation, King’s College, London ha argomentato la necessità di non ritenere esaurita la minaccia del terrorismo islamico radicalizzo in considerazione del periodo di calma che al più deve ritenersi una tregua. 
 
In effetti l’esperienza maturata nella lotta a tali fenomeni induce a ritenere degna della massima considerazione questa riflessione in quanto le organizzazioni criminali e terroristiche applicano, non tanto per vocazione quanto per necessità pragmatica, la tattica dell’immersione finalizzata alla riorganizzazione. Siamo evidentemente nell’ambito delle più comuni tattiche di chi opera una forma di guerriglia. 
 
Quindi attenzione a non commettere l’errore di smantellare quanto di buono sin qui fatto in termini di contrasto; al contrario, è proprio questo il momento di incrementare gli sforzi per giungere ad un livello di contrasto decisivo nella sua efficacia.

Quest’ultimo aspetto, quello del rafforzamento delle strategie di contrasto, ha condotto il professor Oded Eran, Senior Researcher at the Institute for National Security Studies, Tel Aviv a quella che consideriamo essere la riflessione cardine dell’intera conferenza: sono disposti i Paesi coinvolti, da Est ad Ovest, a collaborare nella condivisione delle informazioni per combattere all’unisono il terrorismo radicalizzato islamico? Lo scetticismo del professor Oded Eran, ci trova assolutamente e realisticamente concordi.

La Russia, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Inghilterra, la Francia, Israele e l’Iran possono suonare lo stesso spartito?

La riflessione del professor Oded Eran ci induce ad un passo ulteriore nel tentativo di comprendere l’evoluzione della minaccia del radicalismo islamico post califfato di DAESH.

Infatti, sotto il profilo politico deve essere anche condivisa l’affermazione dei professori Liess Boukra, Managing Director, Institut National d’Études de Stratégie Globale, Algiers e Mahmoud Karem British University and former Ambassador to NATO and the EU and Commissioner Human Rights Council, Cairo, i quali hanno sottolineato come la radicalizzazione nasca dalle condizioni di povertà, disoccupazione e, in sostanza, dalla mancanza di speranza da parte delle giovani generazioni nelle aree di quei Paesi che per noi occidentali una volta costituivano concettualmente il terzo Mondo.

Quindi, l’impossibilità oggettiva di un contrasto univoco del fenomeno terroristico, dovuto ai motivi di interesse nazionale legittimamente propri di ciascun Paese coinvolto, unitamente alla endemica crisi della maggioranza dei Paesi in via di sviluppo o diversamente colonizzati, inducono a confermare quanto denunciato dal professor Peter Neumann in termini di minaccia futura.

Riflettere su questi temi, perlopiù con le considerazioni di autorevoli esponenti internazionali, determina lo svilupparsi di dinamiche virtuose di acquisizione di conoscenza della quale non se ne ha mai a sufficienza.
Grazie per questo al Nato Defence Foundation College.
 

mercoledì 28 novembre 2018

Chi comanda in Italia?

Rispondere a questa domanda è apparentemente cosa semplice, ma non è così, e lo si capisce appena tentiamo di argomentare una qualsiasi risposta.
Questa considerazione apre scenari incredibili sul presente che tuttavia non può essere compreso a meno di non indugiare su  di una serie di eventi che hanno segnato il periodo storico del nostro secondo dopoguerra.

Quindi la prima cosa da fare, per sopravvivere nel marasma insensato nel quale siamo costretti a dibatterci tra uno spred che ci tormenta e un futuro che ci angoscia, credetemi, è gettare alle ortiche luoghi comuni consolidati; vi farete un grande regalo per il futuro.

In Italia non comanda nessuno. Questa è la mia risposta, forse provocatoria ma non insensata.
In Italia come nel resto dell’Occidente a dirigere le danze è il maestro d’orchestra della tecno-crazia, vale a dire il potere della tecnica e di chi ne esercita le capacità. Persone capaci cioè di gestire strumenti economici, legislativi e amministrativi già rassegnati difronte al feticcio della futura intelligenza artificiale.

Il fallimento della politica, intesa come spazio vitale della mediazione dell’interesse pubblico e di relativo indirizzo programmatico, ha significato il sorpasso dei mediocri, tanto che si può a giusta ragione parlare di mediocracy, che non hanno bisogno di conoscenza ma solamente di capacità di gestione. 
Ecco perché oggi è sconsolante ma inevitabile rilevare che …quelli di una volta … erano migliori. Lo erano sul serio e indipendentemente da qualsiasi altra considerazione.

Il mediocre deve avere due capacità gestire e dire sì; gestire ciò che altri tecnocrati gli hanno affidato e dire sempre sì, pena scendere dalla giostra. E più si eccelle in queste due capacità più si sale la scala della mediocrazia.

In due secoli siamo passati dalla presa di coscienza dell’esercizio della politica ai fini collettivi alla sua totale negazione quale strumento di programmazione, regolamentazione e gestione del bene pubblico.

In Italia l’insofferenza alla politica nasce nel 1969 con la stagione dell’autunno caldo che fece scorrere sangue freddo nelle vene dell’élite aristocratico imprenditoriale che  propose un patto per la produzione, consapevole che le masse operaie e studentesche in quell’anno avevano raggiunto il massimo potenziale esprimibile. Quell’offerta venne respinta da alcuni per chiusura ideologica, da altri per mero interesse, e da altri ancora per lungimirante calcolo.

Gli illusi ideologizzati hanno, con il loro rifiuto, consegnato il Paese agli attuali tecnocrati. Il processo è stato lungo, certo, e non è qui il caso di starne a definire tutti i passaggi rimandando ad altri scritti e lavori.  

Due sono le certezze sulle quali riflettere: oggi l’economia ha sostituito la politica; il privato ha preso il posto del pubblico con le conseguenze che il patto tra capitalismo imprenditoriale e democrazia rappresentativa è ormai saltato.

Io so, scriveva Pier Paolo Pasolini, io so ma non ho le prove, riferendosi a quei ceti e classi sociali che stavano portando il Paese allo sfascio politico, economico e culturale, ma peggio ancora a quella mutazione antropologica che oggi è oramai compiuta per cui  siamo asserviti allo spread.
È possibile una reazione a questa tendenza basta prendere tempo, fermarsi e riflettere, su cosa avevano i nostri padri, cosa abbiamo noi e cosa lasciamo ai nostri figli.

lunedì 12 novembre 2018

La Teocrazia scientifica che sostituisce il Sacro con la tecnica.

Antonio carissimo,

Le tue analisi puntuali, eterodosse, che da un dettaglio accompagnano alla comprensione sistemica del nostro tempo, mi hanno sollecitato una riflessione estemporanea. Viviamo un tempo dove scienza e tecnica imperversano. Da dove scaturisce la “forma-pensiero” prevalente? quando si erge la gabbia che incattivisce l’impianto gnoseologico, privandolo della speculazione, dell’ipotesi, dell’immaginifico, del patos?

Senza ambizione di onnicomprendere un eone culturale e sociale, mi adeguo alla tendenza di vedere  nel Positivismo il perno dottrinale del sistema in essere. Ci sono già state la Rivoluzione Francese e quella industriale. La borghesia ha scalzato l’ancien régime e ridotto l’incombenza della Chiesa e del Trascendente. Hobbes ha estremizzato il meccanicismo cartesiano annullandone la rex cogitans, Bentham ha già espresso la sua suggestiva aporia dell’algebra morale, l’etica è stata già maldestramente sottoposta alla matematica.

Così si arriva a Comte, un disturbato mentale che, tra ricoveri e lungodegenze, costruisce una nuova corrente di pensiero basata sulla rigorosa osservazione dei fatti oggettivi, esaltando la scienza, le sue scoperte, i suoi metodi di analisi.

L’Europa, intanto, gode di salute migliore di Comte, respira un momento di pace, la Realpolitik traccia alleanze, promuove espansioni coloniali. Si unificheranno l’Italia e la Germania. I successi dell’industrializzazione e i progressi della tecnica e della scienza, corroborano la piena fiducia che la borghesia nutre per esse. Del resto, da lì incrementa benessere e influenza politica e sociale.

Ma una classe egemone, come da studi di Gaetano Mosca, ha bisogno di una dottrina e di credenze che diano una base morale e legittimino un potere materiale. Non c’è niente di meglio che scardinare la filosofia con la filosofia stessa. Niente più indagine sull’uomo, sul suo rapporto con la natura e l reale. Niente più spirito, idea, metafisica. Prevalgono la fisica, la matematica. Le scienze sociali superstiti vi si assecondano e si lasciano permeare dalla loro presunta logica e asetticità.
Ci proverà Heidegger, con un garbato sussurro, a ricordare che “poeticamente vive l’uomo”, ma soffocherà subito. E Burke, nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, osserva che «l’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell'Europa giace estinta per sempre».

L’economia è stata spogliata del suo carattere sociale e umanistico, come dovrebbe essere una materia che studia la vita dell’uomo connessa con l’impiego e la distribuzione delle risorse disponibili e producibili. Transitando per Russell, che ci ricorda che “la matematica è quella disciplina in cui non si sa mai di cosa si stia parlando e se ciò che si sta dicendo sia vero”, resta che, se dobbiamo considerare prioritario solo ciò che è traducibile nel linguaggio matematico, le emozioni, l’anima, l’amore finiscono in una categoria ontologica inferiore.

Il liberismo si appiglia a questo sistema culturale già consolidato. Dopo un secolo di intermittenze dovute a crisi diffuse e guerre mondiali scaturite in buona parte dalle sue stesse logiche, ci domina incontrastato da quasi cinquant’anni. Relega lo Stato a comparsa, limitandone la politica fiscale col pareggio di bilancio e quella monetaria col cambio fisso. Celebra la supremazia dei mercati che si autoregolamentano, dote presunta e mai comprovata, e la assoluta libertà dell’individuo a intraprendere e agire nell’ambito di un sistema aperto. Il risultato tangibile é il prevalere di aziende lontane da un principio di etica e utilità sociale, non essendo profittevoli e misurabili. È la convinzione che, essendo il singolo libero di affermare sé stesso, non ha bisogno di protezioni e ammortizzatori. È che il premio alla totale adesione a questo darwinismo sociale opportunista, anaffettivo, disumano, consiste nel merito alla sopravvivenza, mentre chi non corrisponde alla logica di sistema viene cancellato socialmente. È che si è cancellata un’aristocrazia di tradizione e di sangue, in favore di un’aristocrazia di pistoleri da far west. È che il termine “sfida” ricorre come richiamo dilettevole nella quotidianità, quando la vita di gruppo dovrebbe improntarsi alla cooperazione e l’armonia diffusa. Il risultato tangibile del liberismo, è il suo reiterato fallimento, da noi scontato con il suo inesorabile perdurare.

Questo apparato tecnicistico e tecnocratico, oggi si esprime in un sistema di misurazioni diffuse, che pretendono di quantificare perfino la cultura e la logica, in un delirio di sigle insulse, di rating, di punti da accumulare come a un gioco.

Intanto, l’Università è sempre meno universale, ridotta a tre anni di conoscenze a sprazzi e due, eventuali, di ulteriori specializzazioni. Le arti sono un veicolo di stupore o di meccanicizzazione reiterata e programmata di surrogati di emozioni. L’insuperabile bisogno del Mito, si soddisfa in saghe cinematografiche dove il messaggio annega negli effetti speciali per ridursi in capziose dimensioni subliminali. L’architettura definisce spazi contrari all’uomo, confondendo nella domotica e nel ciarpame a basso costo la sua misantropia. La musica esalta istinti tribali con loop di sequencer, sintesi di suoni stranianti, artifici digitali, uccisa nella precarietà del Torrent e del download selvaggio. Senza trascendenza, senza astrazione, senza poesia, mancano i fondamentali necessari a qualunque espressione artistica.

Il declassamento degli studi umanistici impedisce di formare capacità di giudizio su quelle realtà che non sono eventi della natura ma atti degli uomini. Studiando solo le scienze naturali la quasi totalità del mondo umano ci sfugge, con gaudio di qualcuno. Le tecnologie si prestano a convivere con universi morali molto lontani, e da ciò nascono problemi immensi se non esiste un indirizzo verso il bene umano assicurato dall’etica. La teocrazia scientifica e tecnica, escluso l’Uomo e il Sacro dal campo di osservazione, cancella non solo l’etica, ma ogni sua derivazione ontologica, derubricando la morale a un mero esercizio di disciplina funzionale, degenerando fino alla vacuità dei diritti civili promossi a paradigma di bene, che, in quanto circostanziati e sottostanti, non colmeranno mai il vuoto creatosi.
Questo, amico mio il giogo culturale che ci opprime più di un modello economico deleterio.

mercoledì 7 novembre 2018

Il Giro dell'Italia spezzata: una sgambata ragioniere Ugo Fantozzi?

Il Giro d’Italia 2019 sarà all’insegna dell’equilibrio tra cronometro e montagne. Sulla carta sembrano predominare le salite, alcune inedite, altre dei mostri sacri come il Gavia e il Mortirolo, ma le prove contro il tempo aprono e chiudono i giochi. E a metà del cammino c’è la Riccione-San Marino (RSM) che non favorisce gli specialisti. Chi saranno i campioni più adatti a questo tracciato? 

Questa è la presentazione ufficiale del percorso del Giro d'Italia 2019, che potete trovare sul sito ufficiale dell'evento; e questa è l'immagine del percorso.

Il giro d'Italia, stando alla sua stessa inequivocabile definizione, deve, o dovrebbe, fare il giro del Paese; dovrebbe toccare tutte le regioni che compongono il puzzle Italia.

Ma allora non capisco: perchè dopo la fantosiosa partenza da Gerusalemme dello scorso anno quello prossimo è stato concepito  come il giro di mezza Italia con puntata affatto casuale, ma senz'altro molto commerciale,  a san Giovanni Rotondo dal povero  Padre Pio?

Perchè estromettere una considerevole porzione del Paese da questo evento?

Non abbiamo difronte una porzione di territorio secessionista, ma forse abbiamo un planning di costi e ricavi che, incluedendo il resto del sud d'Italia finirebbe in passivo.

Eppure, il Giro in maglia rosa è stato anche, e  per fortuna, molto altro. Nel 1948, la giovanissima Italia repubblicana è stata ad un passo dalla guerra civile; si è rischiato il ritono alle armi in piazza a seguito dell'attentato subito dal migliore Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista Italiano. La leggenda vuole che gli animi si calmarono grazie alla sfida, una delle tante, tra i campionissimi dell'epoca Coppi e Bartali proprio per l'epilogo di quel Giro d'Italia ciclistico.

Quello era un Giro d'Italia che univa, questo del 2019, è un giro di un'Italia già divisa.

Lo avevano già sancito le recenti elezioni politiche in maniera plastica; lo conferma anche l'interesse economico-sportivo che, per inciso, un inchino, comunque a San Giovanni Rotondo lo farà per evidente devozione.

Lo Stato, quando c'è serve anche a questo, a tutelare il proprio interesse nazionale, ovvero il superiore interesse sul particolare; esistono benefici che superano il mero conto economico e rientrano nel bene primario collettivo dell'integrità dello Stato; ma evidentemente questo bene primario comune qualcuno non lo ritiene più tale.

Segno dei tempi che cambiano.

L'Italia, la Patria, la Nazione, ormai non esiste se non come sfondo a vuote cerimonie commemorative, lugubri manifestazioni di un credo ormai dissolutosi lentamente nell'oblio della nostra memoria.



lunedì 29 ottobre 2018

Lo Stato non ha affatto sconfitto le mafie.


In Italia il nemico pubblico dei cittadini è sempre qualcos'altro; mentre i problemi concreti scompaiono dalle prime pagine l'attenzione viene spostata su argomenti  finalizzati ad aprire sterili ed urlati dibattiti: chi ha ucciso l'uomo ragno?

Non abbiamo rilevato indignazione alcuna nei media, e a cascata nell'opinione pubblica, per la pubblicazione della statistica del Ministero dell'Interno secondo la quale dal 2001 al 2017 sono stati commissariati una media di 170 comuni ogni anno; mentre dal gennaio all'agosto dell'anno in corso ne sono stati sciolti 119.

Ricordiamo che un consiglio comunale può essere sciolto, come  specificato dall’articolo 141 del Decreto Legislativo n° 267 del 200 (Testo Unico delle leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali), con un provvedimento del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro degli Interni, laddove convergano queste condizioni:
a) quando compiano atti contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge, nonché per gravi motivi di ordine pubblico;
b) quando non possa essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi per una serie di cause invalidanti ;
c) quando non sia approvato nei termini il bilancio.

Ma ad interessarci più da vicino è la quarta categoria, la più importante per le ovvie conseguenze, regolamentata dall’articolo 143 del TUEL che recita: "... Scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso o similare. 

Il comune di San Luca in Calabria non ha un sindaco dal 17 maggio del 2013, nonostante gli  appuntamenti elettorali, nessuna lista è mai stata presentata tanto da indurre all'ovvia riflessione che nel 2018 le mafie contino più dello Stato.

Un tempo, ma ormai la favoletta non regge più, si relegava il problema mafioso al sud del Paese ma oggi sappiamo, e da molto tempo, la commissione Parlamentare Antimafia lo denunciava chiaramente, a volerlo leggere, sin dalla relazione del 1974, le mafie hanno proliferato anche al nord. Esempio calzante è quello del comune sciolto di Rodero, in Lombardia, regione tanto allarmata dal fenomeno da commissionare un primo rapporto di monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia; 400 pagine ad opera dell'università di Milano dove vengono riportati i processi evolutivi delle cosche presenti e del loro interesse sempre più propendente verso politici e dirigenti di amministrazioni locali, costretti a dimettersi o condizionati con l'infallibile mezzo dell'intimidazione.

Allora sarà o no il caso di ammettere che lo Stato non ha affatto sconfittola mafia? Sarà o no il caso di riflettere sui motivi che spingono tanti amministratori locali a cedere alla corruzione? Sarà o no il caso di ammettere che in fondo questo andazzo fa comodo a tanti se non addirittura ai più?

È senz'altro più facile far finta di nulla e parlare del sesso degli angeli, non c'è dubbio, ma attenzione perchè il tutore di ultima istanza dei nostri diritti, lo Stato, è ormai ansimante alle corde, dopodiché nessuno, statene certi tutelerà il cittadino italiano.

Lo stato nazionale subisce attacchi dall'alto dalle istituzioni sovranazionali, spesso influenzate dalla finanza privata internazionale, e dal basso dalla caduta di etica nei comportamenti dei cittadini allorchè questi, quando chiamati a responsabilità amministrative cedono alla corruzione per il proprio interesse. 

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